Elemosiniere del Papa riattiva la luce in uno stabile a Roma, da Avola Don Di Noto perplesso: “si deve restare nella legalità”

Il fondatore di Meter interviene sulla vicenda del cardinale "disobbediente" che ha rotto i sigilli per riallacciare abusivamente la corrente in uno stabile occupato

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Non si sono spente le polemiche nate attorno al gesto del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, che, nei giorni scorsi, si è calato in un tombino per togliere i sigilli da una cabina elettrica e riallacciare l’energia agli occupanti di uno stabile di Roma. Un atto, formalmente illegale, sul quale è intervenuto anche don Fortunato di Noto, fondatore di Meter onlus. “Il cardinale è un angelo della carità, ma attenzione alla strumentalizzazione della vicenda”. Esordisce così, don Fortunato, che invita alla prudenza per non cadere nella trappola del “permessivismo”.

Nella nostra parrocchia il servizio elettrico è stato sospeso per 5 volte. Cosa avremmo dovuto fare? Allacciarci abusivamente? La soluzione non è alimentare l’illegalità”. Un gesto, quello del cardinale, connotato di simbolicità che presta il fianco a un dibattito calato nella realtà quotidiana, tutt’altro che “simbolica”. “Bisogna contestualizzare quanto fatto e non lasciarsi condizionare dalla pura provocazione – continua don Fortunato –  La mia non è una critica al cardinale, che, ribadisco, è un vero e proprio angelo dei poveri. Ma la vera questione è legata alla concretezza delle cose. Quando noi operiamo evangelicamente la carità, dovremmo essere contro la legalità?

Don Fortunato, poi, ricorda una vicenda simile a quella accaduta nello stabile di Roma: “Ad Avola negli anni 90 vi fu un caso che ebbe rilevanza nazionale. Chiesi aiuto perché alcune famiglie del quartiere non avevano la corrente elettrica. Alcuni di loro avevano un allaccio abusivo. Io li invitai a staccarsi dagli altri contatori, perché non potevo sostenere un atto formalmente illegale. La carità deve andare oltre e deve restare nella logica della legalità”.

Un atto provocatorio, quasi eversivo, sembra, dunque, quello compiuto dal cardinale che, pur in una situazione di emergenza, si è posto dalla parte di chi si ritiene al di sopra della legge. La  situazione dello stabile, infatti, non sembra affatto transitoria, ma si protrae da sei anni, con un collettivo di famiglie  che rivendica il “diritto” all’occupazione.

Quello che si è percepito è che sia stato un atto che ha favorito ulteriormente l’illegalità – prosegue don Fortunato – Invece, dobbiamo fare in modo che chiunque impari a gestire le proprie risorse e, soprattutto, che non venga mai meno la sua dignità. La nostra carità non deve avere finzione, né inganno: deve guardare il volto del povero, che deve essere accompagnato in un percorso per risollevare la propria vita. È una questione di buon senso. Se c’è un’emergenza bisogna prima di tutto attivare i canali sociali. Se il sistema, come nel caso di Roma, non funziona, bisogna ragionarci insieme. La carità deve essere calata nella realtà”.  Una posizione ferma e decisa, dunque, quella assunta da don Fortunato sul blitz del cardinale “disobbediente”.

La nostra è una parrocchia di periferia – conclude don Fortunato –  sa quante famiglie chiedono ogni giorno il nostro aiuto? Noi accogliamo e cerchiamo di venire incontro alle esigenze e alle fragilità umane, con i nostri mezzi. A tutti deve essere garantito il benessere e non si può fare altro che aiutare il povero a uscire dalla sua condizione, perché sia garantita la dignità di tutti. I ricchi diano ai poveri, e i poveri condividano, e lo fanno, il pane anche se duro. Nelle regole e oltre le regole partendo dai propri soldi e dalla reale carità di chi possiede uno spicciolo

Anna Murè


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