La storia di Paolo “Azadi”, di Pachino, che ha combattuto per difendere il popolo curdo: “Trump si sbaglia, l’Isis non è sconfitto”

Il suo invito agli italiani è quello di scendere in piazza per manifestare la contrarietà “a un massacro di cui è complice anche il Governo italiano

A destra Paolo Andolina

Il suo nome in codice è “Azadi”, ha 28 anni ed è un foreign fighter siciliano, originario di Pachino. Uno di quelli che ha combattuto le atrocità dell’Isis a fianco del popolo curdo in Rojava. Si chiama Paolo Andolina, di professione cuoco, trasferitosi 10 anni fa a Torino, in cui ha maturato la drastica scelta di rischiare la propria vita e andare a combattere l’Isis per aiutare il popolo curdo. Quel popolo che vive nell’oppressione da quasi 100 anni e da pochi giorni è ufficialmente sotto attacco da parte della Turchia di Erdogan.

La situazione adesso è drammatica – ha raccontato Paolo Andolina -, il popolo curdo ha bisogno d’aiuto”. Paolo è andato in Kurdistan per la prima volta nel 2014. “Sono partito a seguito del mio crescente interesse per le voci di rivoluzione che giungevano dal Rojava – ha detto -, ero deciso a verificare di persona che non fossero soltanto propaganda. Ho potuto verificare la concretezza di una rivoluzione antimperialista, per la liberazione della donna ed ecologista e per una società che vuole avere la possibilità di autodeterminazione”.

Prima l’impegno civile e poi, tra il 2016 e i 2018 il ventottenne è stato due volte a combattere nel nord della Siria, nelle fila dello Ypg, la milizia curda della popolazione a nord della Siria, nel Rojava, e l’ultima volta che è tornato in Italia, nel dicembre del 2018, è stato arrestato poiché non aveva rispettato l’obbligo di firma a cui era sottoposto per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, lesioni gravi pluriaggravate e lancio di oggetti contundenti ai pubblici ufficiali in servizio.

I fatti contestati risalgono al 31 dicembre 2017, quando furono lanciati fuochi d’artificio da un gruppo di persone fuori dal carcere “Le Vallette” a Torino. Un episodio che nulla ha a che fare con l’impegno di Andolina in Rojava. Il 15 ottobre, invece, dovrà difendersi, assieme ad altri, da una richiesta di misura della sorveglianza speciale avanzata dalla Procura di Torino, poiché considerato pericoloso a causa dell’arruolamento nell’Ypg e per la conoscenza della armi.

Ho combattuto per la pace – ha raccontato Paolo “Azadi” – non sono un terrorista. Anzi, ho lottato contro le atrocità dell’Isis. Ho visto gente trucidata e crocifissa donne e bambini maltrattati e umiliati. Io stesso ho rischiato la vita, scampando a un attentato. Con l’inizio della seconda guerra siriana la situazione si è aggravata”.

Riguardo al ritiro delle truppe Usa, il foreign fither era da tempo disilluso. “Per chi sperava nell’aiuto degli Usa è stato un tradimento – ha continuato -, io mi aspettavo che il ritiro avvenisse, perché non interessa particolarmente quel pezzo di territorio. E se Trump pensa che l’Isis è sconfitto si sbaglia: l’Isis c’è e semina ancora il terrore. Penso bastino migliaia di morti e milioni di profughi per sostenere quello che dico”.

Paolo “Pachino” ha voglia di tornare in Rojava e continuare a lottare a fianco dei curdi “ma dopo due anni – ammette – non so se riuscirei a fare tutto quello che ho fatto. Al momento sono impegnato in Italia a far conoscere cosa accade laggiù e sostenere la causa curda. Il mio invito agli italiani è quello di scendere in piazza – sono organizzate tante manifestazioni in questi giorni lungo lo Stivale – per manifestare la contrarietà ad un massacro di cui è complice anche il Governo italiano”.

Sebastiano Diamante


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