Le sirene di Rotterdam, pubblicato da Transeuropa, è il secondo romanzo dello scrittore siracusano Stefano Amato, che si era già fatto notare con Soggetti del verbo perdere e la partecipazione alla raccolta Guida letteraria alla sopravvivenza in tempi di crisi, per tacere di altre sue pubblicazioni su riviste e antologie. La storia di una stralunata famiglia di inventori, di genialoidi con una forte propensione a sprecare il loro talento, un ventenne immaturo con una cultura enciclopedica che ha del maniacale, un viaggio alla ricerca del padre scomparso, questi alcuni degli ingredienti de Le sirene di Rotterdam (o di come ho sbaragliato i miei miti in XXIV round). Un libro che si muove sostenuto da spruzzate di ironia e gusto per il paradosso seguendo le suggestioni di un realismo che non è mai “magico”, ma contiene una sua magia, assicurata dallo sguardo dell’io narrante, il giovane Dino alle prese con la necessità di mutare la sua sbilenca visione della vita: “Se c’è una cosa che ho imparato in ventun’anni di vita, è che un nome non ha poi tutta questa importanza. Uno crede di sì, ma non è vero niente, fidatevi”. Un upgrade, quello a cui si dovrà sottoporre Dino, che forse potrà stimolarci a dare una bella ripulita alle lenti con le quali siamo soliti guardare il mondo, fidatevi.
SiracusaNews ha intervistato Stefano Amato.
Cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo così composito, possiamo parlare di postmodernismo? In tutti i casi la tua scrittura sembra imbevuta di certa letteratura americana.
"Dipende. Se con postmodernismo intendi il filone che da Barthelme porta a Pynchon e a David Foster Wallace e oltre, allora direi di no, non è stata questa la molla che ha portato alla scrittura del romanzo. Sono scrittori che ho letto e apprezzato, ma non li metterei al primo posto. Sugli americani però ci hai preso. Ammetto di leggerne un sacco – almeno la metà dei libri che leggo sono stati scritti da statunitensi – e sono il primo a chiedermi perché. Chissà, forse è una tara generazionale. Credo che la maggior parte dei miei coetanei, se interrogati, non avrebbero problemi ad affermare che i loro scrittori, registi, musicisti, attori, ballerini, pittori, ma anche sportivi, stilisti, fotografi e pornografi preferiti, sono americani. È un bene, è un male? Dovremmo cambiare le nostre abitudini e leggere più europei (italiani)? Non lo so, e m’interessa fino a un certo punto. La scriva un italiano un cosa bella come Furore o Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay e poi ne riparliamo".
Hai scritto due romanzi (in realtà il primo, Soggetti del verbo perdere, pubblicato da VerbaVolant edizioni, nelle note de Le sirene di Rotterdam lo avete indicato come “racconto lungo”), entrambi hanno Siracusa sullo sfondo, cioè la provincia del profondo sud, e una fuga, un viaggio a fondarne lo sviluppo narrativo.
"Siracusa sullo sfondo è più che altro un omaggio alla città. Considerato che in entrambe le storie non ho ne mai approfittato, se non superficialmente, per denunciare i problemi o ‘cantargliene quattro’ o qualsiasi cosa ci si aspetti da uno scrittore (meridionale?), avrei anche potuto ambientare le storie ad Avellino o a Pontedera. Il problema è che non conosco i nomi delle vie di quelle città, e quindi sarebbe stata dura. Comunque ci tengo a precisare che nel primo libro il nome ‘Siracusa’ non viene mai citato, nonostante la città fosse quella. Per quanto riguarda il viaggio che accomuna le due storie, è buffo come me ne sia accorto solo alla fine della prima stesura di Le sirene di Rotterdam. Sul momento non ci avevo fatto caso. Probabilmente i motivi sono due. Il primo: una parte di me crede, per qualsiasi ragione, che l’unica cosa degna di essere raccontata siano i viaggi. Forse per questo ogni anno cerco di farne uno e tendo a nutrire pessimi pregiudizi verso chi non viaggia mai. Il secondo: è uno sviluppo narrativo utile. Per uno come me che non scrive seguendo una trama prestabilita, ma svolge la storia giorno dopo giorno, arriva sempre il momento in cui ti chiedi: E ora che succede? Vai a capo, e fai partire tutti per un lungo viaggio. Scherzi a parte, c’è stato un momento in cui mi sono chiesto se sarei mai riuscito a scrivere una storia in cui nessuno parte, e i personaggi stanno fermi sullo stesso posto per tutta la durata della vicenda, come succede per la maggior parte della vita di tutti noi. O se sarei stato capace di scrivere un romanzo in terza persona (Soggetti del verbo perdere e Le sirene di Rotterdam sono entrambi in prima persona). Allora mi sono seduto e l'ho fatto; ho scritto un romanzo in terza persona in cui i personaggi stanno sempre sullo stesso posto, a parte un viaggio flash a Vienna (a quanto pare non si scappa alla sindrome del ‘E ora che succede?’). Lo sto rifinendo proprio in questi giorni. Non mi sembra malaccio, per essere nato come esercizio di stile".
Il protagonista del tuo libro è qualcosa di più di un giovane cervellotico con tutti i problemi di un giovane cervellotico. La sua ingenuità, le sue fobie e il suo approccio pseudoscientifico alla realtà da un lato fanno tenerezza e dall’altro instillano il sospetto che il tuo Dino Crocetti (a proposito, è il nome di Dean Martin!) sia una specie di vittima della (sua) ragionevolezza.
"Dino è un saputello che conosce a memoria non solo le capitali di tutte le nazioni del mondo, ma anche i loro presidenti. In una delle prime versioni del libro lui e la sorella durante il viaggio in macchina verso l’aeroporto di Catania facevano proprio questo gioco. Uno diceva il nome di una nazione e l’altro quello del suo presidente in carica. Sa un sacco di cose sugli argomenti più disparati, ma poi non ha il coraggio di parlare con gli sconosciuti o perfino di uscire di casa. Uno pensa che abbia dei problemi, ma in realtà credo sia solo uno snob di prima categoria, come lascio intravedere in più di una scena del romanzo; un cinico che più che vergognarsi di parlare con gli altri, più che avere paura di loro, nutre un vero e proprio rancore. La sua evoluzione come personaggio secondo me riguarda proprio questo. Alla fine della storia Dino non vince nessuna fobia, come tenta di farci credere, ma diventa meno intollerante, accetta gli altri per quello che sono, gli viene il dubbio che forse lui non è quell’essere perfetto che credeva di essere, e la gente non è idiota come pensava. Non tutta, almeno".
Si fa un gran parlare in internet e nelle riviste specializzate di letteratura contemporanea, italiana e non, tu che oltre a scrivere lavori in una libreria, che esperienze ci puoi testimoniare? I lettori che incontri giornalmente si informano sulle nuove tendenze, c’è qualcuno che segue, fiuta, è curioso?
"No, piuttosto il contrario. In questi tre anni da commesso libraio ho avuto la conferma di quello che sospettavo da tempo. E cioè che la gente si beve qualsiasi cosa venga recensito da Repubblica o presentato da Fazio. Se un centinaio di scimmie venisse messo davanti ad altrettante macchine da scrivere per cinque minuti, i fogli venissero poi estratti dai rulli e rilegati, e il giorno dopo qualcuno ne parlasse dalla Bignardi, sono sicuro che in tempo di record qualcuno verrebbe in libreria a chiedere se abbiamo ‘il libro scritto dalle cento scimmie o qualcosa del genere’ (chissà perché non si ricordano mai i titoli dei libri)".
In virtù del tuo ruolo di scrittore e di commesso libraio, perché allora non ci consigli tu qualche libro che ti ha incuriosito in questi ultimi tempi (o anche anni, perché no, i libri in genere non sono come la mozzarella e non hanno una data di scadenza), qualcosa di diverso dalla solita zuppa?
"Ultimamente sto leggendo un sacco di saggi. Quelli di Giuseppe Casarrubea sulla Sicilia del dopoguerra sono molto interessanti. Jared Diamond invece ha scritto una pietra miliare dei saggi scientifici di divulgazione come Acciaio, armi e malattie, che consiglio a tutti. Mentre il romanzo più bello che ho letto nell'ultimo anno è senza dubbio Erano solo ragazzi in cammino, la biografia romanzata di un profugo della guerra civile in Sudan scritta da Dave Eggers. Non è proprio una perla nascosta, lo pubblica Mondadori, ma lo consiglio lo stesso".
Stefano Amato
Le sirene di Rotterdam
Transeuropa, 2009
pp. 177 euro 14,50
ANGELO ORLANDO MELONI - LEGGI ALTRE RUBRICHE DELLO STESSO AUTORE












