AlluCINEMAzioni: “L’incredibile Hulk” – Tanti muscoli e poco cervello.

“L’incredibile Hulk” – Tanti muscoli e poco cervello.

La prima volta che vidi la ragazza con la Smart ero con mio fratello sul Viale Paolo Orsi, fermo davanti alla traversa che porta al Teatro Greco.

Le macchine scendevano veloci dalla corsia opposta, nessuna intenzionata a farci passare, ed io - impegnato in chissà quale sproloquio - paralizzai la mia faccia in un'espressione ben più ebete della solita. Lei era semplicemente incantevole, luminescente, fiabesca. Di un altro mondo.

E malgrado riuscii a intravederla solo attraverso il finestrino della sua scatoletta ambulante (avrebbe anche potuto essere nana, grossa e con dei grossi tentacoli al posto delle gambe...) mi feci bastare quel suo sorriso di ringraziamento quando, tolta la faccia da ebete, le feci cenno di passare.
Così passò e non passò più dai miei pensieri.
Lo so, vi starete domandando cosa diavolo c'entri questo con la recensione su "L'incredibile Hulk" ...beh, ve lo dico francamente: non c'entra niente. Contenti? Da allora l'ho rivista almeno in tre altre occasioni e sempre di sera.

Una volta alla rotonda tra Viale Scala Greca e Viale Teracati, un'altra lungo Corso Gelone e un'altra ancora in Via Malta mentre sfrecciava in direzione Ortigia, sempre all'interno della sua Smart.

Per cui - capirete - tutte le sere che becco una Smart in giro per Siracusa mi volto nella speranza che sia la sua.
E ora veniamo ad Hulk.
Destino vuole che io veda il film in un cinema di Palermo, libero dall'idea che una volta uscito dalla sala mi potessi mettere alla ricerca della mia Smartgirl dallo sguardo ammaliante.
Prendo posto assieme a mio fratello e alla sua ragazza, quindi mi preparo psicologicamente come faccio di solito quando assisto alla performance di un vecchio amico...
"L'incredibile Hulk" parte bene, benissimo, con un'introduzione che - senza girarci troppo intorno - ci spinge nel cuore del problema Hulk. Una premessa che sa di promessa e che per questo andrebbe mantenuta fino in fondo: una storia dal solido impianto drammatico ma con l'imprescindibile componente spettacolare del genere.

Del resto i vari articoli diffusi in questi ultimi mesi suggerivano (nella tanto declamata filiazione del film con l'omonima serie Tv con Bill Bixby e Lou Ferrigno) proprio la presenza di una doppia componente - drammatica e d'intrattenimento - a farla da padrone. E invece no. Il film promette ma non mantiene.
Louis Leterrier, il regista – vittima anche lui della sindrome di Hulk – proprio non ce la fa a trattenersi e alla fine è costretto a mostrare tutti i muscoli di un cinema drogato di anabolizzanti, buono al massimo per aprire la prossima edizione di Mister Olympia.
Lo straordinario lavoro di computer-grafica e i roboanti effetti sonori vanno a discapito di una prima parte di pellicola per niente banale, in cui l'indovinata ambientazione brasiliana diviene quasi metaforica rispetto al problema che affligge il protagonista: l'esercito americano come intervento invasivo per espellere il corpo estraneo Bruce Banner da quell'organismo a tutto tondo rappresentato dalla favela in cui ormai è abituato a vivere. Il ritorno a casa, alle origini, all'amore mai dimenticato, è un tema di tutto rispetto a patto però di drammatizzarlo, problematizzarlo. Come in "C'era una volta in America" o, per volare un po’ più basso, in “Rambo”, il protagonista torna nei luoghi che conosce, tra le persone che lo (ri)conoscono. Perché allora non sviluppare di più il personaggio di Stan, il vecchietto che lo ospita per una notte nel suo bar (il mitico Paul Soles, doppiatore di Banner nel cartoon degli anni ‘60)? Perché trattare con troppa sufficienza il ritorno alla sua amata Elizabeth Ross? Eccovi la sequenza: lei lo vede, sembra abbia avuto una visione ma sa che non è così.

Va fuori a cercarlo ma non lo trova; lui s'è nascosto dietro ad un cassonetto. Stacco. Bruce Banner è per strada. Due fari dietro di lui. La macchina si ferma: è proprio Beth. Di già? Niente dramma, niente attesa. Tutto è troppo veloce, automatico. Da quella notte i due staranno sempre insieme con buona pace del nuovo compagno di lei relegato al brevissimo ruolo di spia. Torna l'esercito, Bruce s'incazza, diventa la Bestia, prende la sua Bella e si ripara in una caverna che fa tanto King-Kong ...ma magari gli avessero dato la drammaticità del mitico scimmione jacksoniano! La storia d'amore Bruce/Beth è poco coinvolgente, il loro passato solo accennato, l'ipotetica impossibilità del loro amore viene ridicolizzata dalla scena in cui lui non può "consumare" perché l'eccitazione potrebbe trasformarlo ancora in Hulk. Ma dài! E' la rabbia che deve controllare, non l'eccitazione. E comunque rimane ancora una volta un problema lasciato cadere lì, non sviluppato. Solo una scusa per un sorriso in più tra le coppiette in sala.
Problemi di sceneggiatura, dicevo...
Banner decide di lanciarsi dall'elicottero e battersi contro Abominio solo perché "lui vuole me!" Troppo poco come motivazione, il conflitto è ridotto all'osso. Tutto perché si arrivi prima possibile allo scontro finale tra le due creature. E poi... Se Banner si lancia dall'elicottero e si sfracella al suolo (perché non è riuscito a trasformarsi), come mai sopravvive? Solo per stupirci un secondo dopo col suo pugno verde che sbuca dall’asfalto?
Mi dispiace. Hulk spacca sì, ma il cuore.
Nemmeno Tony Stark/Iron-man che presagisce il futuro capitolo sui Vendicatori mi salva dalla mezza delusione. Giusto il ricordo di Stan Lee che beve un sorso di Guaranà mischiato col sangue di Bruce Banner, mi fa sorridere. Nel suo wow! c'è tutta la ritrovata giovinezza di questo mitico ultraottantenne.

Chissà quale sarà il suo prossimo cammeo, mi chiedo mentre cammino per le vie di una Palermo vuota e silenziosa. Dietro di me due fari di macchina. Mi scanso e la lascio passare. C'era da giurarci: non è né Elizabeth Ross, né la mia Smartgirl.
A proposito... Qualcuno di voi l'ha vista passare?

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