Non si diventa “uomini completi da soli,
ma unicamente assieme agli altri…”.
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa
Non c’è mestiere oggi che non abbia a che fare con la complessità delle relazioni. Chi lavora in un front-office deve sapere gestire la relazione con utenti di ogni genere. Chi insegna si trova quasi a non poter svolgere il proprio mestiere educativo per la difficoltà di gestire classi caotiche e di motivare gli alunni. Chi lavora nelle professioni di aiuto, come gli assistenti sociali, si trova a dover aggiornare continuamente i propri strumenti di ascolto.
Coloro che svolgono una professione medica si rendono conto che la relazione con il paziente è una priorità nell’efficacia del loro trattamento. I pediatri hanno a che fare con genitori in crisi nel rapporto con i propri figli, gli avvocati si ritrovano a gestire situazioni molto delicate con famiglie in corso di separazione, con clienti disperati o soci litigiosi, senza avere strumenti psicologici adeguati. Infine, i team di lavoro, che dovrebbero essere il sostegno fondamentale per mantenere l’interesse nel proprio mestiere, spesso finiscono per essere luoghi di prevaricazione, di invidia e manipolazioni, a tal punto che a volte il lavoro diventa la fonte principale di stress e depressione.
I molteplici volti del disagio sociale e della sofferenza mentale sembrano oggi avere in comune la medesima difficoltà a relazionarsi, a comunicare, a gestire il rapporto che ci lega agli altri.
E’ come se in ciascuno di noi fossero venute meno le “competenze relazionali” più elementari e scontate, quelle che ci permettono di ascoltare profondamente noi stessi e il sentire degli altri, di condividere ed essere solidali. Assistiamo ad una sorta di “analfabetizzazione emotiva” che, specie nei giovani, si traduce in un precario e instabile senso di appartenenza alla famiglia, alla città, alle istituzioni e nella disperata ricerca della propria identità.
I sentimenti e le emozioni sono spesso vissuti come pericolosi perché ci rendono vulnerabili agli occhi degli altri e quindi impariamo precocemente ad evitarli con cura dando grande importanza, in tutte le aree della nostra vita, quasi esclusivamente alla dimensione razionale.
E così accade che spesso non ci sentiamo capiti e, pur facendo del nostro meglio nel tentativo di raggiungere l’altro, veniamo continuamente fraintesi.
Promuovere una “cultura della relazione” significa essere consapevoli che il senso di profonda umanità che possiamo provare per gli altri e con cui gli altri possono sentirsi accettati da noi è alla base del buon funzionamento delle relazioni familiari e lavorative.
In quest’ottica trova un senso la grande diffusione negli ultimi anni, in Italia, dei numerosi corsi di counselling psicologico.
La mia esperienza di docente all’interno dei corsi biennali di Counselling ad orientamento gestaltico che l’Istituto di Gestalt HCC - “Italy” gestisce da alcuni anni, mi ha messo in contatto con allievi che rappresentano il variegato mondo delle professioni di aiuto: insegnanti, assistenti sociali, infermieri, medici, educatori, volontari, ma anche manager, avvocati, impiegati che hanno un contatto quotidiano col pubblico e che desiderano migliorare la qualità del loro modo di interagire con l’utenza.
Ciò significa formare non fotocopie sbiadite di psicologi o di terapeuti, bensì medici più consapevoli, infermieri più capaci di offrire sostegno anche emotivo, insegnanti che sanno far meglio gli educatori e garantire loro un’occasione di crescita non solo professionale ma anche personale.
Il vissuto dei partecipanti, così come emerge dai feedback e dai commenti da loro espressi circa l’esperienza formativa, è quello di un profondo, positivo cambiamento: alla fine, la sensazione di ciascuno è quella di avere sperimentato un viaggio all’interno di sé stessi e di essere approdati a nuove e importanti consapevolezze.
Chi fosse interessato ad acquisire maggiori informazioni sul counselling a orientamento gestaltico e sull’iter formativo può consultare il sito: www.gestalt.it