AlluCINEMAzioni: “Watchmen” Di Zack Snyder Dall'Opera Di Alan Moore

Leggendo i commenti sui vari siti specializzati e non, spulciando qua e là tra le recensioni dei critici più o meno ferrati in materia, ho notato – a proposito del film “Watchmen” di Zack Snyder – un continuo rimandare al fumetto di derivazione, quasi fosse sacrilego prescindere dall’opera del sommo Alan Moore per scriverne.

Fumettari, bloggers, cinefili, reazionari, sinistrorsi, sembrano essere divisi in due fazioni (Ateniesi e Spartani?): chi a favore della trasposizione, chi contro. La maggior parte dei pro-Snyder gridano solitamente (e senza imbarazzo) al capolavoro tanto atteso da anni (come se i fumetti dovessero per forza – prima o poi – finire sul grande schermo…), l’altra metà, quella contro-Snyder, antepone al clamore generale la mancanza di spessore del film rispetto alla graphic-novel che ha sconvolto le sorti del mondo fumettistico dal 1986 in poi. Bene.

Lo dico apertamente: scelgo una terza via, la meno battuta. Parlerò del film prescindendo dal fumetto di Alan Moore, poiché (cosa che ribadisco testardamente da tempo) è davvero sciocco parlare del film evitando di parlarne, cioè giudicarlo a partire da un paragone con una forma d’espressione artistica fondata su altri codici.
Veniamo al sodo…

Confesso che non ho particolare simpatia per il regista di “300”, (opera che - aldilà dell’aura proto-fascista di cui è avvolta sia a livello formale che contenutistico – sembra uno spot per un’azienda specializzata in grafica digitale realizzato con l’intento di galvanizzare quattro idioti pronti a gridare: “questa è Sparta!”, anziché questo è il nulla! That’s entertainment, of course ma a tutto c’è un limite: “Rambo” era almeno più onesto) ragion per cui, appena saputo chi c’era alla regia, non sono riuscito a trattenere un pizzico di pregiudizio. E avevo (quasi) ragione.

“Watchmen” è un film spettacolare, un tripudio di tecnica ed effetti speciali e, ciononostante, un’opera piuttosto “pacata” per un regista come Snyder. Il ritmo dell’azione, per niente forsennato, lascia spazio all’approfondimento dei personaggi catapultandoci in un mondo alternativo (introdotto, tra l’altro, da un suggestivo prologo allostorico sui titoli di testa) alle prese con la Guerra Fredda e un imminente disastro atomico che vedrebbe New York rasa al suolo. Nel frattempo i vecchi Watchmen (“I Controllori” o, se preferite, “I Guardiani”), supereroi senza superpoteri una volta al servizio del governo (ed ora messi al bando da una legge del presidente Nixon, ancora in carica nel 1985), vengono minacciati da qualcuno.

A scoprirlo è uno di loro, l’enigmatico e folle Rorschach il quale, dopo la morte sospetta di Edward Blake, meglio noto tra i “Watchmen” come il Comico, decide di allertare i restanti ex compagni perché tornino a coalizzarsi contro il fautore del probabile complotto. Manco a dirlo: Rorschach non viene preso sul serio da nessuno, nemmeno dall’unico Guardiano con superpoteri, l’atomico Dr Manhattan che, tra le varie doti ha anche quella di vedere nel proprio futuro…

La prima metà del film, quella più ricca di flashback e ricostruzioni, è certamente la più trascinante. La narrazione trova nella voce off non solo il fascino di certa letteratura ma anche un pretesto per arginare la frammentarietà, problema insito, ad esempio, anche in un’altra trasposizione da fumetto come “Sin city”. Si dà vita allora ad un filosofeggiare tipico del noir (Rorschach), a certe riflessioni di tipo esistenzialista (Dr Manhattan) che però – nonostante le buone intenzioni mirate, come già detto, all’approfondimento caratteriale e del contesto storico-sociale – lasciano intravedere la difficoltà del regista nel gestire un plot tanto ricco di spunti, citazioni e piani di lettura.

La sensazione è, alla lunga, quella di un parlarsi addosso, d’atmosfera sì ma, al contempo, poco ficcante, dispersivo e non illuminante come si vorrebbe. Un’ampollosità spesso atta a mascherare l’evidente mancanza di autorialità di Snyder che, quando si ricorda di che pasta dovrebbe essere fatto il cinema che piace a lui, esagera con sequenze poco intonate al registro narrativo parimenti adottato. Mi riferisco al combattimento che vede protagonisti Gufo Notturno e Spettro di seta nel vicolo buio di un quartiere malfamato: una scena inutile, caratterizzata da effetti già visti e abusati da ormai tanto cinema a questa parte.

Ossa spezzate, sangue a fiotti, pugni e pedate capaci di far volare la vittima contro la parete retrostante, insomma un eccedere (anche nel gusto) che rende poco credibile la natura umana di tali supereroi senza superpoteri. Come se, insicuro dei risultati della narrazione proposta fin lì, Snyder avesse voluto svegliare il pubblico facendo leva sul proprio opinabile barocchismo, marchio di fabbrica di “300”.

Effetti visivi spesso debordanti, rei d’appesantire senza ragione scene risolvibili in tutt’altra maniera. Come nel caso del sogno di Gufo Notturno: lui e Laurie (Spettro di seta) completamente nudi in mezzo al deserto, si spogliano della propria pelle per scoprire, al di sotto di questa, le loro tute da supereroi (la loro vera pelle) mentre, sullo sfondo, un’esplosione nucleare giunge improvvisa e li sbriciola in milioni di particelle.

Ora, aldilà dell’escamotage psicanalitico piuttosto elementare, la scena - girata tutta in computer grafica – rasenta il ridicolo. Siamo nel 1985 ed è piuttosto improbabile che si sogni in quel modo (del resto, non so voi, ma io non sogno così nemmeno oggi, anno 2009 di nostra vita…) Più Snyder prova a sfoggiare i muscoli e più il film sfugge a se stesso, più Snyder prova a dilatare i tempi, concedendo spazio alla riflessione, e più il film prova a ritrovarsi.
Inoltre, lasciando da parte l’assunto reazionario e conservatore che sottende la storia, è davvero fastidioso notare – in un film così ricco di digressioni su ciascun personaggio – la mancanza di una spiegazione verosimile circa lo sdegno e le lacrime di un giustiziere nazista e misogino come il Comico davanti alla scoperta dell’oscuro progetto di Ozymandias, colui che, ha detta di tutti, viene più volte nominato come “l’uomo più intelligente del mondo”.

In che consiste tale piano? Semplice: creare, a discapito della vita di milioni di esseri umani, un finto nemico comune che faccia alleare tra loro le due superpotenze mondiali perché si sventi l’imminente disastro nucleare. Una colossale balla per un sogno di pace. Peccato però che non sia per niente plausibile che “l’uomo più intelligente del mondo” lasci le prove della sua colpevolezza proprio nel suo ufficio, per di più in un computer che ha per password il titolo di un libro ben in mostra sullo scaffale e che – stupitevi! stupitevi! – l’accorrente Gufo Notturno becca (scusatemi il gioco di parole) al terzo tentativo.

Possibile poi che colui che incarnerà il “nemico comune” dell’umanità, ossia il Dr Manhattan, accetti repentinamente e senza batter ciglio il destino assegnatogli da Ozymandias (tanto da uccidere – in una scena risolta davvero in quattro e quattr’otto – Rorschach, perché intenzionato a sputtanare tutto…)? Il compiersi della missione cristologica del Dr Manhattan (figura già generatrice della famosa frase “Dio esiste ed è americano”), non sgombra il campo dai dubbi legati ad un piano (non proprio perfetto) basato sul motto “il fine giustifica i mezzi.” Ozymandias ha pur sempre sacrificato milioni di vite per salvare la terra dal disastro nucleare, la cosa richiederebbe pertanto un approfondimento di carattere etico e morale. Invece niente.

Il finale, quindi, nel suo tentativo goffo di cercare un link con quello assai più concluso e profondo del Batman di Christopher Nolan, “Il cavaliere oscuro”, è alquanto deludente proprio perché inverosimile, incapace di coinvolgere, di appassionare. La sensazione è che Snyder & Co. non sapessero più che dire o esprimere. Un po’ come i poveri supereroi al cospetto della confessione di Ozymandias (Gufo Notturno sembrava disperato più per la perdita di Rorschach che per le milioni di vittime.)

Per cui, all’impegnativa e ormai famosa questione “Chi controlla i controllori?”, ne farei seguire un’altra, forse più banale ma altrettanto pertinente: “Chi controlla Snyder?”
 

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