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Psicologia In Rete: Fidarsi Per Affidarsi

La fiducia negli altri è un sentimento fondamentale. E’ innato, fa parte dei nostri bisogni primari, e rappresenta la base emotiva su cui impostiamo la nostra vita sociale: attraversiamo la strada perchè ci fidiamo del fatto che nessun automobilista vorrà mai deliberatamente investirci; sappiamo che le lettere che scriviamo e che infiliamo nella buca della posta andranno a destinazione; lavoriamo sicuri di ricevere, a fine mese, il nostro stipendio.

E confidiamo i nostri guai agli amici, consapevoli che le nostre parole rimarranno custodite nel fondo del loro cuore.
Eppure, fidarsi pienamente degli altri non è facile. Il senso comune e la saggezza popolare (“fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, “homo homini lupus”, “chi fa da sè fa per tre” ...”) inducono a riflettere a lungo prima di dare credito al prossimo. L’esistenza di ognuno, d’altra parte, è costellata da episodi più o meno gravi, che testimoniano come i rapporti umani siano spesso segnati dall’egoismo e dallo sfruttamento dell’ingenuità di chi si apre e dà credito agli altri senza esercitare il proprio senso critico.

Provare fiducia è una caratteristica dell’essere umano, il quale viene al mondo già predisposto a provare forti legami verso i suoi simili. E’ una capacità che, però, ha bisogno di essere esercitata, per cui si consolida nel rapporto che il bambino appena nato instaura con la madre. Quel modello di relazione, fatto di attese che poi vengono soddisfatte (il piccolo ha fame e la madre lo allatta, il bimbo ha freddo e la madre lo riscalda, ecc.), diventa la solida piattaforma affettiva su cui l’individuo imposterà il rapporto di fiducia col mondo esterno.

Quindi, un vincolo stretto, segnato dalla soddisfazione dei principali bisogni infantili da parte del genitore, rappresenta il presupposto per sviluppare, da adulti, un generale senso di fiducia. Se, invece, il bambino esprime le proprie esigenze (fame, sete, bisogno di pulizia, caldo/freddo ecc.) e nessuno si occupa di lui, anche da grande imparerà a diffidare dell’ambiente, fisico e umano, che lo circonda. Non sarà in grado di concedere credito agli altri, e tenderà anche lui a non rispettare i bisogni altrui o la parola data, ponendo in primo piano il proprio tornaconto.

I bambini vanno educati a vivere concedendo credito al prossimo? E’ sempre opportuno incentivare il senso di fiducia nei propri figli? La tradizione popolare sembra scettica su questo punto. Basti pensare a un famoso raccontino ebraico, poi ripreso da James Hillman (illustre esponente della Psicologia Analitica) nel suo saggio Puer Aeternus. Un giorno un papà prese in braccio il figlioletto e lo sollevò ponendolo in cima a un’alta scala a pioli. Il bambino ebbe un brivido di paura, ma l’uomo lo rassicurò. “Non preoccuparti, ci sono io. Se vuoi scendere, puoi lanciarti tra le mie braccia”. Il bimbo, confortato da queste parole, non si lasciò ripetere l’invito, e saltò verso le braccia tese del padre. Ma l’uomo si ritrasse, e lasciò cadere il piccolo a terra. Al bambino che piangeva dolorante l’uomo disse: “Ecco, oggi hai imparato che nemmeno di tuo padre può fidarti pienamente...Figùrati degli altri!”.

Confidarsi è la conseguenza più evidente del provare fiducia, ed è espressione di un fondamentale bisogno psicologico umano. Lo confermano gli studi sul “social sharing” (la condivisione delle emozioni) effettuate da varie equipes di ricerca in tutto il mondo. In Europa se n’è occupato Bernard Rimé, docente di Psicologia presso l’università di Lovanio (Belgio). Il professor Rimé, analizzando una grande quantità di dati, è giunto alla conclusione che il comportamento di confidarsi (cioè tradurre in parole le proprie emozioni, rivelare un segreto, cercare conforto negli altri ecc.) assolve la funzione di proteggerci dal rischio di disturbi psicosomatici; mentre, viceversa, il comportamento di “ruminazione” (pensare ossessivamente ai propri problemi senza rivelarli a nessuno) alla lunga è causa di alterazioni dell’equilibrio mente-corpo, ed è causa di ansia, depressione, stress.

Quali sono i requisiti della persona che ispira fiducia? Con chi, invece, è preferibile mantenere un atteggiamento guardingo?
La persona “ideale” in cui riporre fiducia corrisponde a quella che sa appagare il nostro bisogno di essere ascoltati e sostenuti. Il suo identikit psicologico, quindi, dipende dalla sua capacità di rispondere positivamente alle nostre esigenze . Le qualità di base dell’individuo fidato sono:

a) Empatia (sapersi mettere nei panni altrui). E’ la persona “calda” emotivamente, attenta, che ascolta facendoti capire – attraverso espressioni verbali o non verbali come la mimica, il contatto corporeo ecc. – di esserti vicina e di comprenderti affettivamente. La si riconosce dall’intensità del suo sguardo, dall’istintivo senso di fiducia che ispira, dalla sua disponibilità. Attenzione - invece - al narcisista , preoccupato solo del proprio benessere, distaccato e freddo emotivamente (ma non quando parla di se stesso). Anche se il suo atteggiamento affettato può trarre in inganno, il suo comportamento non verbale è rivelatore: occhi “vuoti”, gesti di impazienza, frequenti interruzioni al discorso dell’interlocutore...

b) Non direttività: astenersi da valutazioni e da imposizioni sotto forma di “consigli”. E’ la qualità che incoraggia a una maggiore apertura, perchè consente alla persona di non sentirsi giudicata o criticata. E’ il genere di soggetto che si astiene da frasi del tipo “Hai fatto male!”, “Quello lì non ti merita”, “Tua sorella ha sbagliato...” ecc. E non impone la propria opinione con consigli gratuiti. Attenzione, invece, alla persona autoritaria, individuo apparentemente positivo, col suo atteggiamento protettivo e determinato, ma che non fa che sottolineare i tuoi racconti con espressioni svalutanti. E’ facilmente individuabile per il suo modo subdolo di accentuare il tuo senso di colpa e di sottolineare i tuoi errori.

c) Discrezione: è una qualità rara, ai nostri tempi. Consiste nell’accettare il livello di rapporto e di confidenza a cui la persona che parla vuole attenersi, senza forzarla a essere “più esplicita”. La discrezione facilita l’espressione delle emozioni e dei fatti che le hanno suscitate, perchè pone la persona nella condizione di poter liberamente parlare di sè con la consapevolezza di essere rispettata anche per ciò che non vorrà dire. Il suo contrario è l’atteggiamento invadente: tipico di chi formula domande intrusive e “morbose”, che pretendono di scavare nella tua vita e andare al di là di quanto sei disposta a confidare. Di solito, utilizza modi sottili (sorriso sulle labbra, atteggiamento amichevole e accattivante, ma palesemente falso).In realtà, più che aiutarti, vuole soddisfare il suo bisogno di sapere.

d) Riservatezza: rispettare la privacy di chi si apre e mostra, così, fiducia e amicizia, è una condizione indispensabile perchè ci si affidi totalmente. La riservatezza di solito va di pari passo con la discrezione, ma rappresenta una sfumatura diversa: è la capacità di mantenere il segreto altrui, di rispettare il patto – quindi l’impegno – di affidabilità. Attenzione, quindi, alla persona pettegola, che non vede l’ora di raccontare in giro le tue confidenze, magari arricchendo il racconto di maldicenze e particolari inventati di sana pianta, pur di risultare interessante. La riconosci dal suo comportamento ciarliero e senza scrupoli: se non fa altro che riportare i fatti personali degli altri, è estremamente improbabile che mantenga la riservatezza sui tuoi...

e) Congruenza: essere coerente, nei fatti e nei comportamenti, con quello che si dice e che si suggerisce, è una caratteristica che contraddistingue la persona seria e affidabile, che offre se stessa come esempio e modello da seguire. La congruenza si manifesta con la linearità e con la semplicità di chi non si maschera per apparire ciò che non è. Rappresenta una dote importante perchè riesce a sedare l’ansia di chi desidera fidarsi, ma diffida degli altri e dei consigli che gli danno. Da tenere a bada la persona incoerente, ambigua e poco cristallina, capace di predicare bene e razzolare male. E’ tipico di questa categoria di individui tranciare giudizi su questo e su quello, e poi comportarsi esattamente come le persone che loro stessi criticano.

GIUSEPPE SAMPOGNARO - LEGGI LE ALTRE RUBRICHE DELLO STESSO AUTORE

(Didatta presso la Scuola di Specializzazione dell’Istituto di Gestalt HCC Italy di Siracusa e Palermo)

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