Mercoledì 18 Giugno arriva a Catania, al porto Rossi, una barca a vela lunga poco più di 14 metri.
E’ la AVENIR, il suo equipaggio è composto da tre persone speciali, Ferdinando, Laura e qualcuno che arriverà tra pochi mesi.

Ferdinando ha avuto un incidente da decompressione nel 2004 compromettendo, quindi, il midollo spinale.
Insieme fanno parte dell’associazione Ancoramare e stanno portando avanti un progetto, si chiama “tour sail and dive 2008”, che si propone di raccogliere fondi perla ricerca sulle lesioni midollari e per il miglioramento e lo sviluppo della medicina iperbarica.
Inoltre organizzano anche dei charter per far provare l’emozione di vivere qualche giorno in mare aperto su una barca a vela.
Ho avuto anch’io l’opportunità di conoscere Ferdinando e Laura grazie a Pietro, il mio istruttore di sub.
Mercoledì pomeriggio non appena sono arrivati ci siamo conosciuti e siamo andati a comperare le provviste, subito dopo tutti a casa di Pietro insieme ai suoi genitori che ci hanno preparato una cena squisita a base di “masculini” (alici) cucinate in tutti i modi possibili, fritte, alla marinara, a involtini, il tutto accompagnato da un buonissimo vino bianco che ci ha reso subito molto più allegri.
Giovedì sera ,invece, cena in barca con le prelibatezze della rosticceria catanese, arancini, pizzette, cartocciate,cipolline...
Non avevo mai cenato né tantomeno ero salito su una barca a vela. Dato lo spazio molto misurato mi ha aiutato Pietro a salire a bordo e mi son seduto direttamente sul sedile prendendo tutte le precauzioni del caso (un cuscino sotto e uno dietro la schiena).
Attraccati al molo, mi accorgevo di essere in mare,solo per qualche piccolo movimento della barca quasi impercettibile. Eravamo solo noi quattro e la quiete tra un bicchiere di birra e una sambuca, un fascio di luna e le stelle ci rilassavamo sempre più.
Venerdì sera siamo tutti invitati al complesso balneare ”Le palme” lungo il viale Kennedy, dove ci sono i lidi della Playa di Catania, per la serata benefica che Ancoramare ha organizzato per promuove quest’iniziativa.
La cena a bordo piscina, le candele, la buona musica e l’ottima compagnia hanno reso questa serata veramente indimenticabile. E’ bello e importante trascorrere questi momenti con delle persone che hanno voglia di combattere e andare avanti per una giusta causa. Vedevo nello sguardo degli invitati una forte convinzione e sincerità nell’appoggiare tale progetto.
Alla fine della serata, mentre ballavamo tutti in discoteca, riflettevo sul fatto che anche le persone distratte e apparentemente insensibili alle diversità hanno un cuore ed è un cuore che può dare molto se stimolato nel modo giusto.
Finalmente arriva sabato, il giorno in cui per la prima volta nella mia vita esco in barca a vela.
Al solito mi aiutano due ragazzi per salire indenne e mi siedo comodamente.
Ferdinando e Laura, con la collaborazione dei dipendenti del porto, dopo aver mollato le cime iniziano le manovre per fare uscire, senza alcun graffio, questa barca che, sembra facile da gestire ma, da quello che ho potuto notare, è veramente complicata.
Ci mettiamo, infatti, quasi 15 minuti per uscire dal porto, che in effetti ha un ingresso abbastanza ridotto.
Percorriamo il primo tratto di mare solo con il motore, fino a Ognina dove incontriamo degli amici sub di Ferdinando che si preparano per un’immersione. Ne vogliamo approfittare per un bagno, quindi manovre di assestamento per trovare il punto migliore per calare l’ancora.
Dato che la scaletta è veramente piccola credo che per me sia impossibile scendere, anche perché il mare non era poi così tranquillo….
Metto, allora, a “mollo” l’idea di buttarmi in acqua ma…mi sto creando una barriera.
Non posso arrendermi senza aver fatto un’analisi dettagliata. Prima devo calcolare come arrivare alla scaletta, poi come tuffarmi e poi, cosa più difficile, devo capire come riuscire a risalire per ritornare al punto di partenza.
Accendo la mia immaginazione e centimetro dopo centimetro inizio a calcolare tutto.
Non voglio sicuramente aiuto ma in caso di necessità so di averlo e non mi devo vergognare di chiederlo.
Alla fine decido di tuffarmi, posso avere l’80% di successo, è una buona percentuale.
Come sempre saranno le mie braccia e un po’ di fisica ad aiutarmi…
Piano piano mi avvicino alla scaletta e poi al mare. L’acqua è fredda e un bel bagno rinfrescante è quello che ci vuole. Meraviglioso guardare questa imponente barca dalla superficie, nuoto lungo il suo fianco fino alla prua e non nascondo che col suo movimento dato dal moto ondoso, m’incute un po’ di timore.
Mentre, però, mi sto godendo questo momento di incantevole suggestione arriva qualcuno a farmi una visitina.
Questo qualcuno prima mi accarezza la spalla sinistra e poi mi accarezza sotto il pettorale dello stesso lato, solo che più che una carezza è una bella “frustata”…Una medusa. Porca miseria, non ci voleva!
Fortunatamente capisco subito cos’è stato e non mi faccio prendere dal panico ma non riuscendo a vederla chiaramente cerco a modo mio di allontanarmi senza sapere se invece ci sto andando incontro, che non sarebbe tanto bello…….
Ritorno verso la scaletta e la fretta di mettere subito qualcosa sopra le ferite mi fa agire con sicurezza e determinazione. Mi avvicino, capisco quali sono i migliori punti di ancoraggio, un po’ di forza e riesco a sollevarmi, mi giro velocemente su me stesso di 180° e mi siedo sulla scaletta. La parte che sembrava più difficile l’ho superata, ora basta arrivare al “divanetto” ed è fatta, infatti!
Laura prepara dell’acqua bollente e del cotone che Ferdinando gentilmente mi passa.
Tampono delicatamente i punti che sono stati colpiti senza strofinare, per evitare che il veleno si diffonda nelle zone vicine, e successivamente applico una crema a base di cortisone.
Brucia un po’ ma che ci posso fare…….ormai è andata così.
Prima di decidere se tuffarmi o meno avevo dato per scontato che non ce l’avrei fatta, mi sono messo un ostacolo davanti e ho deciso di non superarlo. Non dico che bisogna buttarsi contro tutte le cose senza calcolare le difficoltà e i pericoli ma se ci si ferma a calcolarli e a trovare una soluzione perché non provarci?
Sicuramente se non mi fossi tuffato oggi non starei qui a spalmarmi crema sulle ferite ma è bello pensare, mentre lo faccio, che sono andato oltre il mio limite.
Rimaniamo ancora li per un po’ e poi decidiamo di partire, stavolta però si ritorna a vela.
Su questo tipo di barca ce ne sono due, una sulla prua che si chiama “fiocco” ed una al centro, più grande che si chiama “randa”.
Apriamo solo il “fiocco” e spegnamo il motore, che emozione.
Non si sente più quel suono che dopo un po’ ti abitui ma in fondo ti disturba. Ora senti solo il vento che gonfia la vela, che di tanto in tanto si permette qualche vibrazione, e il mare che accarezza la barca.
In questo pomeriggio di metà Giugno i riflessi del sole, l’immensità del mare e in lontananza l’Etna in eruzione che domina Catania e i suoi figli, sono lo sfondo perfetto per un quadro d’autore che merita ammirazione da un pubblico mondiale.
Vorrei che non passasse mai questo momento ma purtroppo non è così, infatti dopo quasi un’ora a circa 5 nodi arriviamo in prossimità del porto. Le solite manovre rese più difficili da un po’ di vento e attracchiamo.
Sono stanco e felice di aver provato una cosa nuova che nemmeno mi attirava tanto perché la consideravo troppo statica. Certo non è il massimo della dinamicità ma da una barca a vela non è questo che devi pretendere.
Con questa puoi navigare e nel frattempo puoi leggere, riflettere, ascoltare musica, fumare un sigaro, giocare a carte…
L’indomani la Avenir salperà per Palermo, poi per Cagliari e così via. Ancora stanco e abbronzato per il giorno prima vado a salutarli e a ringraziarli ancora una volta per il grande regalo che mi hanno fatto.
Sono una coppia affiatata, mi hanno insegnato molto in questi giorni e mi piace pensarli oggi mentre li vedo in silenzio, in mezzo al mare spinti dal vento.
ANDREA MARCHESE - LEGGI LE ALTRE RUBRICHE DELLO STESSO AUTORE













