Siracusa, “avrebbero dovuto astenersi”: pubblicate le motivazioni della condanna in Cassazione per Rossi e Musco

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A questo punto la vicenda si conclude definitivamente per Rossi, Campisi (entrambi oggi in pensione) e Chiara, mentre la questione Musco tornerà nuovamente al Csm che con le motivazioni in mano dovrà prendere un'ulteriore decisione in merito alla posizione dell'ex sostituto

Lungi dall’essere equilibrato e conforme alle prerogative del Procuratore della Repubblica, il provvedimento di co-assegnazione mostra dunque, come coerentemente e motivatamente sostenuto dalla Corte territoriale, lo stigma dell’assoluta mancanza di fondamento, della sproporzione e della presa di interesse privato a fini ritorsivi”. Ecco la motivazione che ha portato la Corte di Cassazione a confermare la condanna per l’ex Procuratore Ugo Rossi, nella sentenza emessa lo scorso febbraio ai danni dell’ex capo della Procura e del Pm Maurizio Musco e pubblicata martedì. Al sostituto procuratore, invece, è stata riconosciuta “l’esistenza di uno strettissimo rapporto di amicizia con l’avvocato Amara”, sottolineando la gravità delle condotte e il danno “cagionato all’immagine della gestione equilibrata e imparziale della funzione giudiziaria del pubblico ministero”.

I giudici romani avevano infatti confermato la condanna al Pm Maurizio Musco e all’ex procuratore capo Ugo Rossi, assolvendo l’ex procuratore Roberto Campisi e l’ex responsabile del Nictas Giancarlo Chiara. Per il capo di imputazione riguardante la vicenda Calcio Catania sono stati assolti tutti gli imputati perché il fatto non sussiste. Per l’altro capo di imputazione era stata confermata la condanna a 18 mesi per Musco e a 12 mesi per Rossi.

Le vicende. Si tratta dell’ultimo passaggio della vicenda dei “Veleni in Procura”, con il magistrato Musco – che a breve dovrebbe essere trasferito a Caltanissetta quale giudice civile – già condannato dalla Corte d’Appello per abuso d’ufficio (è in piedi anche una condanna in primo grado al tribunale di Messina a 3 anni e 8 mesi) per aver arrecato un ingiusto danno all’ex sindaco Massimo Carrubba e all’ex assessore Nunzio Perrotta nel caso Oikothen. Il capo Ugo Rossi invece aveva designato sé stesso in un’inchiesta di competenza della procura di Catania nel caso “Oro Blu”, dove era indagato Salvatore Torrisi, figlio della moglie di Rossi e amministratore delegato della Sai8, società Ato idrica di Siracusa gestita dalla Sogeas e dalla Saccecav. Le indagini erano state condotte dal pm Marco Bisogni, coadiuvato dalla collega Delia Boschetto, ma il capo a un certo punto opta per una co-assegnazione affiancandogli il sostituto Giancarlo Longo, soprattutto nel provvedimento riguardo la Gida nel quale Bisogni era unico titolare, quello che coinvolgeva l’avvocato Amara.

Musco. Il Pm siracusano era accusato di presunte violazioni su alcuni procedimenti nei quali si sarebbe dovuto astenere e la Cassazione ha ravvisato di fatto l’obbligo “di astenersi ogni qual volta la sua attività possa risultare infirmata da un interesse personale o familiare che ne prevede la “facoltà” di astensione per gravi ragioni di convenienza”. Dunque, provati i legami di amicizia tra Musco e Amara, questi sono stati ritenuti “suscettibili di valutazione ai fini della prova dell’abuso di ufficio nel suo aspetto soggettivo e per illuminare retrospettivamente la natura del rapporto personale tra i due”. La Corte ha ritenuto “ampiamente e adeguatamente giustificata” la conclusione della Corte d’Appello di Messina secondo cui “l’eccezionale intervento del magistrato togato con una modifica dei capi di imputazione vistata dal Procuratore della Repubblica e accuratamente preparata e formalizzata per iscritto, oltre ad esercitare nei confronti del giudice di pace un’indubbia pressione, era destinata a costituire, in presenza di una reiterata violazione del descritto obbligo di astensione, un vero e proprio vincolo giuridico processuale idoneo a ribaltare le sorti del processo, facendolo, ancora una volta, ripartire da capo”. Così l’intervento di Musco dinanzi al giudice di pace è stato ritenuto “significativo di un permanente uso strumentale dei poteri e delle funzioni processuali, intenzionalmente orientato e pienamente idoneo alla realizzazione di un danno ingiusto a carico delle parti civili”.

Rossi. Per i giudici la sentenza giustifica la natura “consapevolmente arbitraria e ritorsiva del provvedimento di co-assegnazione” dei procedimenti penali anche riguardante la società Gida Srl, oggetto di indagini per il reato di utilizzazione di fatturazioni inesistenti emesse dalla Comin S.r.l., sfociate nel sequestro di somma corrispondente all’imposta evasa eseguito in danno dell’avvocato Amara e della moglie. La natura di quel provvedimento, “preso senza alcuna seria verifica dei fatti rappresentati negli esposti pervenuti al dott. Rossi e intenzionalmente lesivo delle prerogative e dell’immagine del sostituto Bisogni, che vedeva per tale mezzo stigmatizzate, anche nei confronti delle parti e senza alcun serio motivo, sue attività di indagine”. Dunque è stato riconosciuto “l’indebito intralcio alla giustizia provocato da quel provvedimento, volto in realtà a delegittimare e esautorare di fatto dalla trattazione di quei procedimenti il dott. Bisogni, già colpevole agli occhi del capo dell’Ufficio di aver condotto in modo rigoroso le indagini che riguardavano (anche) il Torrisi, in un contesto caratterizzato da accertate, pregresse e condizionanti cointeressenze economiche, professionali e imprenditoriali del figlio del dott. Rossi, Edmondo Rossi, con l’Avv. Amara, riguardanti tra l’altro proprio la società Gida”. Dunque Rossi si trovava, rispetto ai procedimenti penali co-assegnati, in chiara violazione dell’obbligo di astensione per il coinvolgimento come indagato e come parte lesa del figlio della moglie e per gli interessi del proprio figlio nella società Gida. “Le macroscopiche violazioni di legge, l’assoluta mancanza di fondamento e la sproporzione del provvedimento in esame, in un contesto che avrebbe imposto al Procuratore Rossi di astenersi da tutti i procedimenti co- assegnati, giustificano altresì in modo puntuale e congruo, nella motivazione della sentenza impugnata, la ritenuta sussistenza del dolo intenzionale di danneggiare Bisogni”.

A questo punto la vicenda si conclude definitivamente per Rossi, Campisi (entrambi oggi in pensione) e Chiara, mentre la questione Musco tornerà nuovamente al Csm che con le motivazioni in mano dovrà prendere un’ulteriore decisione in merito alla posizione dell’ex sostituto.


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