Siracusa, Gennuso e “il lobbying” per uno scranno all’Ars: tutto suo da 12 anni

Correva l'anno 2013 e Gennuso restò fuori dal Parlamento siciliano per una manciata di voti, appena 90, sconfitto dal suo "padre politico" Pippo Gianni

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Uno scranno all’Ars tutto suo dal 2006 e che adesso, per l’ennesima inchiesta giudiziaria che lo vede coinvolto, rischia di perdere. Pippo Gennuso, il deputato regionale “autonomista” a poco meno di un anno dal primo arresto (aprile 2018) è stato nuovamente sottoposto a misura cautelare (domiciliari). Misura diventata esecutiva ieri, dopo il suo rientro da Berlino, quando l’avvocato Mario Fiaccavento ha rinunciato all’incarico di difensore del deputato regionale rimanendo però legale di Giuseppe Calafiore.

Anche questa volta, così come un anno fa tutto parte da una sua elezione a Palazzo dei Normanni. Ma se la prima indagine, quella della Dda di Catania, lo vedeva inizialmente accusato per voto di scambio politico mafioso, poi derubricato dal Riesame in corruzione elettorale, il cerchio chiuso ieri dalla Procura capitolina lo vede accusato di aver corrotto un giudice del Cga. Anzi, il presidente del Cga, così da “convincerlo” a indire nuove elezioni per il parlamento siciliano.  E come accaduto con l’indagine Dda, anche stavolta il deputato regionale M5s Giancarlo Cancelleri ricorda al governatore Musumeci di averlo segnalato tra gli impresentabili.

Correva l’anno 2013 e Gennuso restò fuori dal Parlamento siciliano per una manciata di voti, appena 90, sconfitto dal suo “padre politico” Pippo Gianni. Uno smacco per l’autonomista di Rosolini, che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti grazie alle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia Piero Amara e Giuseppe Calafiore, si sarebbe servito proprio di questi ultimi per sovvertire l’esito delle urne dopo una prima bocciatura da parte del Tar. Detto – fatto! “Mi contattò – dichiara in interrogatorio Calafiore – perchè voleva tutti i costi parlare con Amara, voleva un’attività di lobbying, perchè sospettava un’attività di lobbying dall’altra parte“.

E l’ex assessore e deputato regionale Bruno Marziano oggi decide, in pieno stile Pd, di lavare i panni sporchi… pubblicamente: “che quelle sentenze del Cga di Palermo potessero essere viziate da fenomeni corruttivi probabilmente lo si poteva capire già fin da allora. Eppure ci furono esponenti del PD che andarono a portare la solidarietà all’onorevole Gennuso che si incatenava davanti al palazzo del tribunale e si fecero fotografare assieme a lui perché questa solidarietà (di una parte del Pd) fosse aperta e visibile. Ritengo che si dovrebbero vergognare ma temo che non lo faranno.”

De Lipsis, che presiedeva il collegio del Cga nel 2014, accolse infatti il ricorso dell’onorevole Giuseppe Gennuso. Il voto fu invalidato e ripetuto in nove sezioni elettorali di Rosolini e Pachino, dalle quali sarebbero sparite alcune schede (c’è un procedimento penale di Gianni nei confronti di un dipendente del Tribunale) e Gennuso riuscì a tenere saldo lo scanno all’Ars, prendendo il posto proprio dell’attuale sindaco di Priolo. Il tutto, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, grazie al versamento di somme da parte del deputato regionale nei confronti dell’ex presidente del Cga non inferiori a 30 mila euro, grazie alla mediazione di Amara, Calafiore e Luigi Pietro Caruso. Quest’ultimo, a detta dei due legali siracusani, sarebbe stato il vero e proprio trait d’union con De Lipsis.

L’incontro decisivo avviene a Roma e come raccontato da Calafiore durante uno dei suoi interrogatori “Gennuso paga in contanti 40 mila euro a me e io li do ad Amara. I soldi poi vengono dati a Caruso. I soldi me li dà a Roma. Caruso poi tornò per cercarne altri e mi disse che Amara gli aveva dato i primi, anche se solo 30 mila euro. Poi Gennuso non so se ci pagò anche una parcella, e comunque ulteriori contanti per 30/40 mila euro. A Caruso li ho dati io questa volta. Non so a chi Caruso li diede“. In un successivo interrogatorio Calafiore ha aggiunto nuovi dettagli sostenendo di aver ricevuto altri 40 mila euro dal deputato di Rosolini in un’area di servizio vicino Taormina, “somma che io portai a Roma e che consegnai a Caruso. Caruso mi confermò di aver ricevuto la precedente somma da parte di Amara“. Una corruzione, quella di De Lipsis, confermata anche dall’altra “gola profonda”, quel Piero Amara ritenuto dagli inquirenti vero “dominus” della compravendita di sentenze tra il Cga e il Consiglio di Stato.

“In una prima fase – dichiara Amara nell’interrogatorio del 5 ottobre – avevamo dubitato della capacità di Caruso di incidere su De Lipsis poiché la prima decisione del Cga fu disporre il riconteggio delle schede conservato nel Tribunale di Siracusa e non l’accoglimento del ricorso. Però Caruso è ritornato alla carica, sostenendo di essere in grado di condizionare De Lipsis. Io ho condiviso l’idea di consegnare a Caruso il denaro richiesto per la corruzione di De Lipsis, consegna che in effetti avvenne” anche se poi quest’ultimo si lamentò per aver ricevuto una somma inferiore rispetto a quella pattuita.

Ma il risultato non tardò ad arrivare e allora Amara, informato da Caruso, il giorno prima che la sentenza venisse pubblicata contattò e incontrò in un ristorante capitolino il figlio di Gennuso per informarlo del buon esito dell’operazione. La tavola era apparecchiata, tutti i tasselli erano finiti al loro posto. Lo scranno era salvo.


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