Siracusa, la disavventura di un paziente al Pronto soccorso dell’ospedale Umberto I |L'Asp avvia un'indagine interna

"Mi ritrovo a scrivere, dopo aver fatto decantare le emozioni, sicuramente negative, che ho provato al “Pronto” Soccorso dell'ospedale di Siracusa"

Pronto soccorso

Riceviamo e pubblichiamo una lunga lettera di protesta firmata da un lettore, Giovanni Lucio Vivinetto, che racconta la propria disavventura all’ospedale Umberto I di Siracusa. Eccola integralmente:

“Mi ritrovo a scrivere, dopo aver fatto decantare le emozioni, sicuramente negative, che ho provato al “Pronto” Soccorso dell’ospedale di Siracusa. Come avrete notato la parola “pronto” è messa fra virgolette e la prima lettera della parola “ospedale” non è in lettere capitali, volutamente.

Mi reco al pronto soccorso, nel primissimo pomeriggio, armato di pazienza e con una gamba parecchio dolorante a seguito di un infortunio, conscio che, date le mie condizioni di salute, che non lasciavano presagire compromissione delle funzioni vitali, avrei aspettato tanto. Nessun problema, il sistema di triage è pensato per questo, per trattare i pazienti più gravi, declinando la priorità ai pazienti meno gravi, proprio come me.

Arrivo in pronto soccorso. Dall’ultima volta in cui c’ero stato hanno messo un bel monitor, sul quale i paziente, in base all’ormai famigerato codice colore a loro attribuito, sanno orientativamente quanto dovranno aspettare, sottolineando il sistema quanta gente prima di loro verrà trattata e con che codice di priorità, il così detto Triage.

(Con il termine triage in Pronto Soccorso si intende un insieme di procedure codificate che permettono all’ di triage, la valutazione delle priorità assistenziali delle persone che si presentano, stabilendo un ordine di accesso alla visita medica ponderato alla gravità dei sintomi accusati. Gli obiettivi del triage sono: fra gli altri, assicurare immediata assistenza al malato che giunge in emergenza; Ridurre i tempi di attesa per la visita medica ;Valutare periodicamente le condizioni dei pazienti in attesa),  48 minuti attesa media, avrei detto peggio, ho pensato.

Mi reco al triage, la porta è chiusa, le veneziane abbassate, relativamente poche persone in sala d’attesa, perlopiù parenti in attesa di informazioni circa le condizioni di salute dei propri cari. Più tardi scoprirò che la maggior parte di loro sono in attesa da ore. Molte. Troppe. Zoppicando cerco un campanello, per capire se al triage ci fosse qualcuno. Inesistente.

Busso. Le veneziane si alzano (con un po di flemma a dir la verità) qualcuno urla: “non vede che sto visitando?”. No, non lo vedo, ci sono le tendine abbassate, giustamente, a tutela della privacy. La risposta è scortese, ma non ci faccio caso. Un reparto di emergenza ti mette sempre sotto pressione e magari l’operatrice è già in turno da tanto tempo. Guadagno una sedia, concessione di un cittadino che, vedendo le condizioni della mia gamba, si muove a compassione e mi lascia sedere.

Il dolore è sopito da un farmaco che avevo preso. Aspetto, senza aver effettuato il triage. Davanti a me passano bambini e ambulanze, pazienti che a naso potrebbero aspettare, proprio come me, data la poca gravità (la tosse, che un bambino si portava dietro da una settima, ad esempio). L’infermiera del triage non esce nemmeno per capire chi avesse più bisogno di essere controllato, e fa passare avanti i pazienti di cui parlavo prima, senza un minimo di criterio sanitario, ma soltanto in base all’età anagrafica. Il mio ematoma diventava nel frattempo una palla da tennis, vi risparmio i dettagli, ma cominciava a fare davvero, davvero male.

Dopo un’ora busso. La porta si apre, esce una signora in camice blu. Per deformazione professionale riesco a leggere mansione, Nome e Cognome dalla targhetta. “Deve stare seduto, che bussa?” mi urla. Preso dai turchi, per dirla con Camilleri, le dico che non si parla così, che anche io sono un paziente, che ho bisogno di capire quando verrò visitato, e per farlo ho bisogno di effettuare il triage. “Si segga!” è la risposta, sempre più maleducata e risentita. La porta sbatte, le veneziane si alzano, tutto tace. Per altri venti minuti l’infermiera mi fissa, escono altri colleghi da dentro il Ps. Ho l’impressione, ma si badi bene, solo quella, che tergiversino per il semplice gusto di non farmi entrare.

A quel punto la mia pazienza è andata veramente via dallo stabile, mi alzo, ovviamente zoppicando, e mi reco al posto di Polizia al fine di presentare un esposto per vagliare la possibilità di comportamenti antigiuridici da parte delle operatrici. ”Deve andare in Questura” mi risponde l’agente scelto, “io non posso ricevere denunce, ci vuole un sovrintendente”. Andiamo benissimo.

Scendo all’Ufficio Relazioni con il Pubblico. L’impiegata fa spallucce e mi fa riempire un modulo, che debitamente protocollato, dato il modus operandi dell’Azienda, ho come l’impressione che finirà fra la grinfie della Tekra. Ritorno in Pronto soccorso, è passata un’ora e dieci. Gli altri astanti mi fanno sapere che non avevo perso il turno. Da quando mi ero allontanato non era più entrato nessuno.

Passa ancora del tempo, non so più quanto, ma non tantissimo, e per intercessione di qualche santo, entro. Il dolore è cosi forte che mentre parlo, mi vengono i conati di vomito. Faccio presente che il triage non funziona cosi, che i pazienti prima si accettano e poi aspettano, che quei 48 minuti del monitor sono l’attesa dopo aver ricevuto il codice colore di priorità. Per tutta risposta, l’infermiera minaccia di chiamare il poliziotto, ma non lo fa, avrei voluto proprio sentire cosa avrebbero detto.

Dopo aver ricevuto finalmente il codice colore aspetto. 48 minuti, non uno in più, ne uno in meno. Almeno questo… Il resto è una storia di ordinaria sanità. Visite, raggi, consulenze, dimissioni, cure.

Credo che l’Azienda abbia davvero fatto una figuraccia ieri, che i soldi che vengono trattenuti dallo stipendio mio e di altri milioni di italiani, non valgano l’incompetenza, la maleducazione, la mancanza di tatto, l’aria di sufficienza, l’inadeguatezza che ho riscontrato ieri al Pronto Soccorso “dell’ospedale”, in piccolo, di Siracusa.

Queste mie parole saranno buttate al vento perché sono sicuro che nessuno dall’Asp si farà vivo per cercare di capire cosa non è andato. Forse, a parte indignarmi sui giornali, dovrei percorre altre strade, magari legali. Non è detto che non lo faccia”.

 


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