Siracusa, sequestrati beni per 40 milioni di euro all’imprenditore Cappuccio, amministratore di Unigroup

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Le società continuano a operare regolarmente, tanto che è stata immediata la nomina degli amministratori (Piervincenzo Cicero e Alessandro Filadelfo) per consentire il proseguo dell'attività senza interruzione

Su proposta della Procura della Repubblica di Catania, i Finanzieri del Comando Provinciale di Catania, in collaborazione con il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (Scico), hanno eseguito un provvedimento di applicazione di misura patrimoniale, emesso dal Tribunale etneo, Sezione Misure di Prevenzione, finalizzato al sequestro di attività commerciali, immobili, beni mobili registrati e disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di circa 40 milioni di euro, riconducibili a Roberto Cappuccio (cl. 1965), tratto in arresto nell’operazione “Beta” per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Le società continuano a operare regolarmente, tanto che è stata immediata la nomina degli amministratori (Piervincenzo Cicero e Alessandro Filadelfo) per consentire il proseguo dell’attività senza interruzione.

Cappuccio è amministratore di fatto dell’Unigroup Spa, impresa siracusana che distribuisce prodotti alimentari a bar, esercizi pubblici, ristoranti e grande distribuzione.

Nell’investigazione della Procura distrettuale di Messina, Cappuccio figurava tra i 30 destinatari di misure restrittive personali indagati, a vario titolo, per associazione mafiosa, estorsione, corruzione, trasferimento fraudolento di valori, turbata libertà degli incanti, esercizio abusivo dell’attività di giochi e scommesse, riciclaggio e reati in materia di armi. In tale contesto, emergeva, a carico del soggetto destinatario dell’odierna misura patrimoniale, la sua contiguità al clan Santapaola-Ercolano. A Messina, però, è ancora in corso l’istruttoria dibattimentale e la contestazione – rende noto l’avvocato Bruno Leone – non è la contiguità all’associazione mafiosa ma una presunta estorsione avvenuta con modalità mafiose.

Cappuccio è imputato di tentata estorsione aggravata dalla finalità mafiosa unitamente ad altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra etnea operanti nel territorio di Messina fino al settembre 2015. Nello specifico, Cappuccio è stato rinviato a giudizio per aver, nella qualità di socio della “Cooperativa Italiana di Catering”, preso parte a una serie di condotte intimidatorie, unitamente ad appartenenti al sodalizio mafioso, finalizzate a porre in essere un forzato recupero crediti nei confronti di una società commerciale fornitrice della stessa cooperativa.

Il Tribunale di Messina nel riesaminare l’ordinanza applicativa della misura cautelare emessa nei confronti di Cappuccio, nel rigettare la richiesta dell’imputato, ha evidenziato come lo stesso, anche sulla base di riscontrate dichiarazioni di collaboratori di giustizia (la difesa sottolinea però che il collaboratore sarebbe stato smentito documentalmente nel procedimento in corso), avesse intessuto rapporti economici di cointeressenza, già negli anni Novanta, con esponenti del clan siracusano “Bottaro- Attanasio”. Infatti, Cappuccio aveva acquisito partecipazioni societarie unitamente a un familiare di Ernando Di Paola (cl.1967), soggetto condannato per associazione mafiosa per la sua appartenenza al clan “Bottaro- Attanasio” per fatti commessi dal 1990 al 2002. Il proposto si avvaleva, dunque, del rapporto privilegiato con la criminalità organizzata di stampo mafioso e della correlata capacità intimidatoria per affermarsi nel mercato delle forniture alimentari della Sicilia orientale in posizione dominante. In cambio, Cappuccio garantiva a Di Paola pieno supporto nella conduzione dei suoi affari imprenditoriali attraverso la fornitura di merci, la collocazione dei suoi prodotti e la concessione di garanzie indispensabili per il rilascio di fideiussioni bancarie.

Sulla base, dunque, di una pluralità di elementi indiziari gravi e concordanti, il Tribunale etneo ha ritenuto l’imprenditore Cappuccio soggetto gravato da pericolosità sociale qualificata in quanto dedito allo svolgimento di attività illecita riconducibile alla fattispecie delittuosa dell’illecita concorrenza con minaccia o violenza (art.513-bis c.p.) avvalendosi delle condizioni previste dalle associazioni di tipo mafioso (art.416 bis c.p.).

Gli approfondimenti effettuati dagli specialisti del Gico di Catania e dello Scico su delega del Gruppo di lavoro delle Misure di Prevenzione di quest’Ufficio sono consistiti nella messa a sistema del vasto compendio indiziario a carico di Cappuccio tratto dall’esame di documentazione bancaria e contabile, dalle evidenze di atti pubblici e scritture private, dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e, da ultimo, dalle intercettazioni eseguite nell’ambito dell’operazione “Beta” della Dda peloritana.

I complessi accertamenti patrimoniali eseguiti hanno permesso di tracciare analiticamente il profilo soggettivo di Cappuccio, di ricostruire il complesso quadro di imprese da lui di fatto gestito individuandone gli asset patrimoniali illecitamente accumulati nonché l’acquisizione di beni privati con risorse finanziarie di provenienza illecita.

Al descritto profilo soggettivo del proposto è, tra l’altro, corrisposta una cospicua “sproporzione” complessiva di oltre 40.000 euro delle attività economiche possedute, da Cappuccio e dalla sua cerchia familiare, rispetto ai redditi dagli stessi dichiarati al fisco a partire dal 1997.

Nel dettaglio, tra le operazioni esaminate dalle Fiamme Gialle etnee, figurano, tra le altre l’acquisizione nel 2001 ad opera di Cappuccio di un’imbarcazione da un familiare di un appartenente a un sodalizio mafioso poi destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale; lo stesso natante è stato successivamente oggetto di una repentina rivendita al medesimo prezzo; l’acquisto iniziale non era giustificato dalle fonti reddituali a disposizione del nucleo familiare di Cappuccio; l’acquisizione nel 2008 da parte del coniuge di Cappuccio di una villa non coerente con il quadro reddituale esistente all’epoca; l’acquisizione, in assenza di redditi disponibili, di un’autovettura e di 2 villette ad opera dei figli del proposto; una serie di compravendite immobiliari operate da Cappuccio, attraverso la citata Unigroup, a favore di altra società allo stesso riconducibile, la “Family Group Srl”.

Le indagini patrimoniali dei militari del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Catania, eseguite anche con l’ausilio del sofisticato software “Molecola” sviluppato dalla Guardia di Finanza per l’acquisizione massiva e l’analisi di tutte le informazioni rilevabili dalle numerose banche dati in uso al Corpo, evidenziano che proprio l’indisponibilità di risorse finanziarie, in diversi momenti dell’arco temporale investigato, costituisce la prima traccia dell’avvenuta immissione di capitali di illecita provenienza.

Il patrimonio sequestrato oggi dalle Fiamme Gialle etnee – per un valore di circa 40 milioni di euro – è costituito da 2 fabbricati (tra i quali una villa di 10 vani con piscina situata a Siracusa), 32 rapporti bancari, un bene mobile registrato (un’autovettura del valore commerciale all’acquisto di circa 50.000 euro) nonché le seguenti imprese “Unigroup Spa”, con sede a Melilli, esercente l’attività di “commercio all’ingrosso di generi alimentari, prodotti lattiero-caseari, bevande e bibite alcooliche e analcooliche, prodotti surgelati” attiva dal 2004, ultimo fatturato dichiarato di 31 milioni di euro; “Family group Srl”, con sede in Siracusa, esercente l’attività di “somministrazione di alimenti e bevande. Bar”; attiva dal 2015, ultimo fatturato dichiarato di 891.000 euro; alla predetta società commerciale sono riconducibili, oltre al “Resort Cala Petra”, rinomate attività di ristorazione nei centri di Ortigia e Fontane Bianche; “Beca Srl”, con sede in Siracusa, esercente l’attività di “agenti e rappresentanti di altri prodotti alimentari; tabacco”; attiva dal 1994, ultimo fatturato dichiarato 36 mila euro.

“Per quanto riguarda il merito della vicenda – si legge in una nota dell’avvocato Bruno Leone – si confida che all’udienza del 10 luglio il tribunale di Catania, sulla scorte di prove documentali, anche bancarie, che saranno offerte dalla difesa per smentire l’ipotesi di accusa, annullerà il sequestro”.


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