Il Tar annulla l’interdittiva antimafia alla Gespi di Augusta: “difetta di motivazione e di istruttoria”

Per i giudici amministrativi il solo provvedimento di rinvio a giudizio per i due fratelli augustani, che gestivano l’impresa, non è di per sé sufficiente e motivare un’interdittiva mafiosa

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“Non appare adeguatamente supportata sotto il profilo istruttorio e motivazionale” l’ interdittiva antimafia emanata dalla Prefettura di Siracusa e notificata lo scorso 5 ottobre alla Gespi, l’impianto di incenerimento di Punta Cugno rimasto coinvolto nel 2017 nell’operazione “Piramidi” su presunto smaltimento illecito di rifiuti, condotta dai Carabinieri del Noe e del Comando provinciale di Catania e dal Gico della Guardia di Finanza di Catania e che ha riguardato anche la discarica Cisma di Melilli, dove è stato smaltito il polverino di Taranto.

Lo ha sentenziato il Tar di Catania, che si è riunito il 23 maggio 2019 in Camera di consiglio presieduta da Pancrazio Maria Savasta e composta da Giuseppe La Greca, (consigliere) e Giuseppina Alessandra Sidoti, (primo referendario, estensore), che ha così accolto il ricorso presentato dai legali della Gespi annullando il provvedimento della prefettura di Siracusa, che aveva comportato anche il mancato rinnovo dell’iscrizione della società megarese nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizio ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa (cosiddetta white list) istituito alla Prefettura di Siracusa con riferimento alle attività di trasporto, anche transfrontaliero, e smaltimento rifiuti per conto di terzi.

Un’iscrizione “essenziale per il rilascio e mantenimento di tutte le predette concessioni e autorizzazioni, nonché dell’iscrizione all’ albo nazionale gestori ambientali, oltre che per consentire di eseguire i propri servizi per conto, oltre che di pubbliche amministrazioni, anche dei suoi più importanti clienti privati”.

La sentenza era stata, in parte, anticipata dall’ordinanza emanata a novembre scorso dallo stesso tribunale etneo amministrativo, ma con una composizione collegiale diversa, a parte il presidente e che aveva già sospeso l’efficacia della stessa interdittiva antimafia. Alla base di quella prima decisione (e anche di quest’ultima) c’è il presupposto che il solo provvedimento di rinvio a giudizio per i due fratelli augustani, che gestivano l’impresa, non è di per sé sufficiente e motivare un’interdittiva mafiosa “non potendosi realizzare un automatismo tra il decreto con cui è disposto il giudizio e il provvedimento prefettizio”.

Quest’ultimo, invece, deve avere delle concrete prove di infiltrazioni mafiose, in quanto “l’interdittiva non può sostanziarsi in un sospetto o in una vaga intuizione di pericolo di infiltrazione mafiosa, che – si legge nella sentenza- renderebbe l’istituto completamente incompatibile con una serie di principi di natura costituzionale, ma deve ancorarsi a condotte sintomatiche e fondarsi su una serie di elementi fattuali, tra cui quelli tipizzati dal legislatore (i cosiddetti delitti spia), i quali tuttavia non possono essere assunti acriticamente a sostegno del provvedimento interdittivo, ma devono essere dotati di individualità, concretezza ed attualità, per fondare una seria prognosi di permeabilità mafiosa”.

A mancare, inoltre, nel provvedimento di interdittiva, secondo i giudici etnei è l’autonomo apprezzamento che il prefetto deve compiere “sugli elementi delle indagini svolte, o dei provvedimenti emessi in sede penale”. In definitiva, “l’equilibrata ponderazione dei contrapposti valori costituzionali in gioco, la libertà di impresa, da un lato, e la tutela dei fondamentali beni che – si legge ancora – presidiano il principio di legalità sostanziale, richiedono alla Prefettura un’attenta valutazione di tali elementi, che devono offrire un quadro chiaro, completo e convincente del pericolo di infiltrazione mafiosa, e a sua volta impongono al giudice amministrativo un altrettanto approfondito esame di tali elementi, singolarmente e nella loro intima connessione, per assicurare una tutela giurisdizionale piena ed effettiva contro ogni eventuale eccesso di potere da parte del prefetto nell’esercizio di tale ampio, ma non indeterminato, potere discrezionale”.

Inoltre per il Tar gli “altri elementi” posti dalla Prefettura a fondamento dell’impugnata interdittiva, tra cui un precedente procedimento per danno ambientale, non sono tali da giustificare il provvedimento contestato, giacché “l’aggravante del metodo mafioso più volte richiamata nel provvedimento prefettizio quale ulteriore elemento a supporto, rispetto al rinvio a giudizio non è contestata nel decreto di rinvio a giudizio, essendo la stessa invece riferita ad altro soggetto”. I rapporti, infine, tra la società megarese e la discarica melillese “sono circoscritti a quell’incenerimento di rifiuti oggetto del giudizio penale” e sono “riconducibili a ordinari rapporti imprenditoriali tra soggetti che operano in settori economici contigui e in ambiti territoriali identici né sussistono elementi per ritenere il contrario”.


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