In un recente lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Quaternary Science Reviews (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277379126002210), un team di ricerca internazionale coordinato dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC) e Università degli Emirati Arabi Uniti, e con il contributo dell’Area Marina Protetta del Plemmirio, ha pubblicato nuovi risultati che consentono di ricostruire eventi meteo-marini estremi avvenuti circa 125.000 anni fa.
Lo studio si concentra su un sito costiero situato sulla punta estrema della penisola della Maddalena, a sud di Siracusa, dove sono presenti grandi massi, del peso di diverse tonnellate, trasportati da onde ad altissima energia, che rappresentano un caso di straordinario valore scientifico. Si tratta infatti di uno dei rarissimi contesti nel Mediterraneo, e probabilmente tra i più solidi dal punto di vista dei dati disponibili, in cui si conservano evidenze di tempeste estreme avvenute durante l’ultimo periodo interglaciale, noto come Tirreniano e risalente a circa 125.000 anni fa, con un livello di dettaglio tale da consentire la ricostruzione delle dinamiche di trasporto di questi massi.
“Questo sito è così raro perché combina una serie di caratteristiche che difficilmente si ritrovano insieme nel Mediterraneo – spiega il professor Giovanni Scicchitano, responsabile scientifico dello studio – Innanzitutto la posizione: i blocchi si trovano su una scogliera verticale, a quote elevate e molto arretrate rispetto alla linea di riva attuale, una configurazione che richiede condizioni di energia eccezionale per il loro trasporto. Depositi di questo tipo sono relativamente più comuni in contesti oceanici ad alta energia, dove sono stati documentati sia grandi accumuli di blocchi su falesia sia estesi beach ridges e cordoni di tempesta, ad esempio nelle Bahamas e a Bermuda, nell’Atlantico settentrionale, nelle isole di Capo Verde e nei Caraibi meridionali, come ad Aruba. In questi ambienti, l’esposizione diretta alle grandi mareggiate oceaniche e agli uragani favorisce processi costieri molto più energetici rispetto a quelli tipici del Mediterraneo.”
“Un secondo elemento cruciale è l’eccezionale integrità del deposito. Nonostante siano trascorsi circa 125.000 anni, i blocchi mantengono ancora una distribuzione spaziale coerente con la dinamica che li ha trasportati, permettendo di ricostruire in modo affidabile sia le caratteristiche del fenomeno estremo sia il contesto costiero in cui si è verificato. Una condizione di questo tipo è estremamente rara per depositi costieri di questa età, che normalmente risultano frammentati o profondamente modificati dai successivi processi erosivi.Infine, un aspetto fondamentale è la possibilità di collegare questi depositi con grande affidabilità all’ultimo interglaciale, un periodo in cui il clima globale era più caldo e il livello del mare più elevato rispetto a oggi. Sebbene nel Mediterraneo esistano altri settori in cui è possibile ricostruire con precisione le antiche linee di costa, il Plemmirio rappresenta uno dei rarissimi casi in cui questo solido inquadramento cronologico si combina con la presenza di un deposito di blocchi così ben conservato e geomorfologicamente leggibile. È proprio questa concomitanza di elementi a rendere il sito particolarmente importante dal punto di vista scientifico”.
Grazie a un approccio integrato che combina rilievi geomorfologici ad alta risoluzione, ricostruzioni paleogeografiche, modellazione numerica idrodinamica e modellazione climatica, il gruppo di ricerca ha ricostruito le condizioni necessarie per spiegare il trasporto dei grandi blocchi. Le simulazioni hanno confrontato sia scenari moderni sia scenari relativi all’ultimo interglaciale, quando il livello del mare era più elevato e il Mediterraneo presentava temperature superficiali più calde. I risultati mostrano che non è necessario ipotizzare tsunami recenti o storici di intensità eccezionale per spiegare il deposito, poiché nelle condizioni attuali questi eventi non sarebbero comunque in grado di raggiungere quelle quote e distanze dalla linea di riva. Il fattore decisivo sembra invece essere il diverso contesto ambientale del Tirreniano: un mare più alto permetteva alle onde di superare più facilmente le scogliere, amplificando l’inondazione costiera e favorendo il trasporto dei blocchi verso l’interno.
“L’aspetto più innovativo di questo lavoro è che il Tirreniano offre un laboratorio naturale per studiare come tempeste estreme e medicanes possano comportarsi in un Mediterraneo più caldo – spiega il professor Giovanni Scicchitano – Le simulazioni indicano che temperature superficiali del mare più elevate e differenti condizioni atmosferiche potevano favorire eventi meteomarini più intensi rispetto a quelli attuali. Questo rende lo studio particolarmente rilevante anche per il presente. Le proiezioni climatiche al 2100 indicano infatti un ulteriore riscaldamento delle acque superficiali del Mediterraneo e un innalzamento del livello del mare. Analizzare ciò che è accaduto durante il Tirreniano ci aiuta quindi a comprendere meglio come un mare più caldo possa influenzare l’intensità di tempeste e medicanes e come questi eventi, combinati con un livello marino più alto, possano aumentare i rischi lungo le coste.
In questo senso, il passato non viene usato come una copia del futuro, ma come un riferimento fondamentale per interpretare i cambiamenti climatici attuali, che oggi sono in larga parte di origine antropica, e per migliorare la valutazione degli scenari di rischio costiero nei prossimi decenni”.
L’Area Marina Protetta del Plemmirio ha avuto un ruolo fondamentale durante le diverse campagne di rilievo condotte sul campo dal gruppo di ricerca, supportando attivamente le attività operative. Questo contributo si inserisce nell’ambito di una collaborazione consolidata da anni con l’Università degli Studi di Bari, finalizzata allo studio degli eventi meteomarini estremi lungo le coste del Plemmirio.
“La tutela dell’ambiente marino non può limitarsi alla sola componente sommersa, ma deve estendersi anche alla fascia costiera emersa, che conserva tracce fondamentali della storia naturale del territorio – afferma Patrizia Maiorca, presidente dell’Area Marina Protetta del Plemmirio -. Le attività di ricerca condotte in questi anni, in stretta collaborazione con l’Università degli Studi di Bari, dimostrano quanto sia importante integrare tutela e conoscenza scientifica. Il Plemmirio si conferma così non solo un’area da proteggere, ma anche un contesto di grande valore per lo studio dei processi costieri e degli eventi meteomarini estremi, offrendo opportunità concrete per migliorare la comprensione dei cambiamenti in atto e dei rischi futuri”.
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