Un re accusato di tortura, una tragedia scritta quasi 2500 anni fa e un dibattimento costruito secondo le regole del diritto contemporaneo. È questo il cuore di Agòn 2026, che venerdì 22 maggio porterà sul palco del Teatro Greco di Siracusa il processo a Creonte. E a sostenere l’accusa sarà il procuratore capo di Siracusa, Sabrina Gambino, chiamata a dare voce alla pubblica accusa in un processo che, pur partendo dal mito, parla in maniera sorprendentemente diretta al presente.
Quest’anno l’imputazione è chiara: Creonte sarà processato per tortura. Una scelta tutt’altro che casuale. “È un reato moderno, un reato dei nostri giorni“, spiega la Gambino. “Non tutti gli Stati – prosegue – hanno questa previsione e anche il nostro Paese ha impiegato anni per adeguarsi alle indicazioni europee“. Una conquista giuridica recente, dunque, ma soprattutto una conquista di civiltà, perché riconosce la responsabilità dello Stato davanti alla tutela della persona.
Ma se il reato è contemporaneo, la materia umana che attraversa la vicenda è antichissima. Ed è proprio qui che, secondo la Gambino, risiede il fascino inesauribile della tragedia greca. “I Greci – dice ancora il procuratore capo di Siracusa – hanno esplorato tutte le pieghe dell’animo umano, dei diritti, dei limiti dell’uomo e della politica“. E soprattutto hanno compreso qualcosa che attraversa il tempo: il processo non è soltanto un meccanismo giuridico. È un dramma. Un dramma che come spiega la Gambino è fatto di posizioni contrapposte, di responsabilità, di decisioni che incidono sulla vita delle persone. Perché ogni processo, ricorda la procuratrice, ha sempre un esito: una parte prevale, un’altra soccombe.
Dietro la freddezza delle norme, però, ci sono esseri umani. Ed è forse questo uno degli aspetti più profondi emersi dall’intervista. La dottoressa Gambino ricorda una frase ascoltata agli inizi della sua carriera, durante il periodo di formazione: “Non dimenticare mai che dietro le carte ci sono sempre le persone“. Un principio che continua ad accompagnarla e che restituisce la complessità del ruolo di chi giudica, accusa o difende.
“Noi siamo uomini che si avvicinano al giudizio di altri uomini“, osserva la Gambino. Una consapevolezza che rende ogni scelta inevitabilmente delicata e che restituisce al processo la sua dimensione più autentica: quella umana prima ancora che tecnica.
Per questo Agòn non è soltanto una rappresentazione. Diventa anche un’occasione per permettere al pubblico di osservare da vicino ciò che spesso vede soltanto dall’esterno: il funzionamento della giustizia, i ruoli che la compongono, il peso delle decisioni. E sul palco del Teatro Greco, la Gambino promette battaglia. “Portiamo convintamente Creonte alla sbarra“. Un confronto che si annuncia acceso e che vedrà chiamata a esprimersi non soltanto la giuria togata, ma anche quella popolare.
Perché, spiega il procuratore capo di Siracusa, il dramma di Antigone continua a parlare al presente. “È il dramma di tutti i perdenti di oggi, della sepoltura negata, della donna non considerata, della donna violata“. Temi che attraversano ancora la contemporaneità e che rendono impossibile confinare questa storia nel passato.
Alla fine, però, la lezione che Gambino spera resti al pubblico riguarda il senso stesso del processo moderno: la costruzione della verità attraverso il confronto. “La prova si forma nel contraddittorio, con il contributo di tutti” spiega ancora. Prima delle arringhe ci saranno le testimonianze, l’ascolto delle parti, il confronto delle posizioni. Solo allora arriverà il giudizio.
Perché forse è proprio questo il messaggio più attuale di Agòn: ricordare che la giustizia non nasce da una verità imposta, ma dall’ascolto, dal confronto e dalla difficile responsabilità di decidere.
E forse, come osserva la stessa Gambino in chiusura, “siamo tutti un po’ Creonte e tutti un po’ Antigone“.