Lo dico apertamente: David Fincher mi piace. Specie quello di “The game” e “Zodiac”, se non altro perché film portatori di un cinema lucido e audace, in costante attrito con gli standard hollywoodiani.
Ne “Il curioso caso di Benjamin Button”, però, mi duole dirlo, la delusione monta. Perché di veramente curioso, nel film tratto dalla novella di Francis Scott Fitzgerald, c’è la quasi totale assenza del suo regista, impegnato nel frattempo in un’imitazione di Ron Howard (che, sì, supera l’originale ma che non va più in là di questo.)
La trama è nota: Benjamin Button, nato con la sindrome di invecchiamento precoce, viene abbandonato ancora in fasce davanti ad una casa per anziani. Qui, una giovane nera accetta di adottarlo malgrado l’evidente malattia. Malattia che però si rivela assai singolare: Benjamin crescendo ringiovanisce.
L’IDEA E LA STORIA D’AMORE
L’idea di base, di per sé appetitosa, viene penalizzata da una sceneggiatura che non ne sfrutta le potenzialità sia dal punto di vista storico/culturale (penso al valore dato al concetto di giovinezza da parte della società americana e, per contro, al motto “live fast die young” vicino alla poetica di Fitzgerald), sia dal punto di vista tecnico/linguistico laddove – il film – dopo averci coinvolto con un inizio dickensiano e averci ricordato più tardi il Conrad de “La linea d’ombra”, s’ingessa sempre più attorno alla vicenda amorosa dei due protagonisti (a tal proposito, come in “Zodiac” sarebbe stato interessante, sul piano del ritmo, un cambio di registro direttamente o, se ritenuto scontato, inversamente proporzionale al ringiovanimento di Benjamin.)
Il principio secondo cui la forma è il contenuto (vedi “Panic Room”) viene qui rispettato in modo subdolo, sostituendo al (vero) contenuto, ossia il discorso sul tempo e sulla giovinezza, un altro contenuto: la storia d’amore. Il risultato che ne consegue, tradito lo spunto dato dall’idea di base, è dunque una regia conforme al genere, priva di soluzioni narrative degne di nota.
Qualcuno potrebbe obiettare che di scelta si tratta, che l’intenzione del regista era quella di raccontarci un’emozionante storia d’amore senza ulteriori fronzoli. Sarà, ma…
1) qui si parla di David Fincher, mica – e mi dispiace ancora per lui – di Ron Howard. Se abbiamo bisogno di un blockbuster aromatizzato all’Oscar, ci si dovrebbe rivolgere all’avatar di Richie Cunningham, non a David Fincher!
2) la relazione tra Benjamin e Daisy è minata dal conflitto di Benjamin col tempo, ossia un fronzolo grande quanto una casa, un elemento fantastico che avrebbe dovuto suggerire altri sviluppi e non solo qualche spunto (bella la scena in cui Daisy legge al piccolo Benjamin la stessa favola letta da bambina quando lui era vecchio.)
Ancora sul versante dei sentimenti, non va dimenticato l’innamoramento tutto adolescenziale (benché nel corpo di un quasi settantenne) di Benjamin nei confronti della raffinata Elizabeth. Una delicata storia d’amore fatta di parole e sguardi, alla quale si sarebbe dovuto dare lo spazio che meritava per uscire dal gorgo del già visto.
LA QUESTIONE “FORREST GUMP”
Del resto il film – come hanno sostenuto in molti – ricalca quasi pedissequamente la struttura portante di “Forrest Gump”. Anche lì c’è l’America vista con gli occhi di un “diverso”, anche lì c’è una storia d’amore fatta di addii e ritorni, anche lì c’è un amico col quale condividere gioie e dolori, anche lì c’è la guerra. Anche lì c’è lo stesso sceneggiatore.
Con una sostanziale differenza. Nel caso di “Forrest Gump”, la regia di Robert Zemeckis (uno che sa cos’è l’intrattenimento di qualità) si combina con la sceneggiatura di Eric Roth, ne sfrutta l’assunto, e ci consegna un’opera, sì ammiccante, sì ruffiana, sì troppo incensata, ma senz’altro memorabile.
In sintesi, “Forrest Gump” corrisponde al cinema di Zemeckis proprio nella misura in cui “Il curioso caso di Benjamin Button” non corrisponde a quello di Fincher.
Ricordate la famosa frase di Forrest, “mamma diceva sempre, la vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”? Ecco, nel film di Fincher assistiamo più o meno alla stessa frase (è il motto della mamma adottiva di Benjamin), frase che, rimandando proprio a Zemeckis/Roth, dichiara – a mio modo di vedere – l’esautorazione del regista di “Seven” rispetto ad un’opera che ha tutta l’aria di una commissione di prestigio. Per essere più chiaro, non è che mi dispiaccia la citazione in sé (atta magari a tracciare un continuum caro a Roth), mi dispiace che sia stata fatta nel film meno fincheriano di Fincher.
LA SCENEGGIATURA
Accantonato il parallelismo con “Forrest Gump” (sul quale non è corretto fare esclusivamente leva per sviscerare una critica), occupiamoci ora della sceneggiatura.
Eric Roth, autore tra l’altro di “Insider” di Michael Mann e “Munich” di Steven Spielberg, costringe l’intera narrazione in una gabbia che di certo non facilita il compito alla regia (unica attenuante per Fincher…)
Il film inizia con una moribonda Daisy che, assistita dalla figlia in ospedale, chiede le sia letto un vecchio diario. Alla voce della figlia (ancora ignara di chi sia tale misterioso narratore…) si sostituisce presto quella dello stesso Benjamin che ci illustra così la sua curiosa vita.
Da qui in poi, il film salta avanti e indietro: dall’ospedale a Benjamin e da Benjamin all’ospedale. Non contento della meccanicità di tale espediente, Roth ci informa pure che l’uragano Katrina potrebbe prima o poi fare capolino proprio da quelle parti e infatti, nel finale, giusto in corrispondenza con la morte di Daisy (guarda un po’!), l’uragano fa il suo ingresso in scena mostrandoci – nell’ultima inquadratura del film – il vecchio orologio della stazione che va in senso antiorario. Sì, perché all’inizio della nostra storia si racconta pure di un signore cieco dalla nascita (tale Mister Gateau) che, per reazione al lutto del figlio morto in guerra, costruisce un enorme orologio le cui lancette vanno al contrario.
La riflessione che ne consegue, data l’umana impossibilità di riprendersi il tempo perduto, pone l’attenzione sull’unica macchina del tempo in nostro possesso: la memoria (interessante qui l’assonanza, voluta o meno, tra le immagini dei militari caduti che si rialzano e i video in rewind che, dopo l’11 settembre 2001, mostravano le Twin Towers tornare in piedi.)
Peccato però che, nell’economia generale del film, tale episodio rimanga solo un episodio, troppo avulso dal corpo della narrazione e perciò giustificabile più in funzione di quell’ultima inquadratura che a livello filosofico (in questo, “Un’altra giovinezza” di Francis Ford Coppola – film basato sulla medesima idea del ringiovanimento e, forse, qui schernito da Fincher con i filmini sull’uomo colpito dal fulmine – marca senz’altro una distanza, ponendosi su un grado superiore, benché fumoso, debordante.)
Problemi, dunque, di una sceneggiatura che si concede persino il lusso di qualche approssimazione. Faccio alcuni esempi:
a) Benjamin e il suo rapporto col vero padre, reo d’averlo abbandonato in fasce davanti al centro per anziani, il giorno della sua nascita. Domanda: com’è possibile che Mr. Button riconosca in un vecchietto suo figlio (se non è al corrente della sua “particolare” sindrome)? Manca qui un approfondimento, a mio giudizio, necessario.
b) Benjamin si presenta davanti a Daisy dopo che la donna è rimasta vittima di un incidente. E’ da un po’ che non si vedono. Alla domanda di lei “Chi te l’ha detto?”, lui risponde “La tua amica mi ha telefonato.” Domande: come ha fatto l’amica di Daisy (personaggio del tutto inconsistente) a rintracciare il suo numero? Lo ha avuto direttamente o indirettamente da Daisy perché qualche volta le ha parlato di lui? Oppure ha chiamato il centro anziani che a sua volta l’ha informata del nuovo recapito di Benjamin? Sì, perché – a questo punto della storia – si presuppone che Daisy non sappia dove viva Benjamin;
c) Daisy e Benjamin stanno insieme e insieme tornano al paese. Qui apprendono che la madre adottiva di Benjamin è morta. Domanda: perché stavolta non è venuto in mente a nessuno di metterlo al corrente di una notizia del genere? Magari, si dirà, è successo quando lui era in viaggio e a quei tempi non esistevano i cellulari. Sarà. Intanto l’importante era che arrivasse in paese giusto il giorno del funerale.
La narrazione, tutt’altro che sciolta, è costretta allora a cedere alle lusinghe di una voce off chiamata spesso a legare tra loro i diversi momenti del film.
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