In tendenza

AlluCINEMAzioni: “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza”

Lo so, non sono un tipo puntuale.

Ho fatto passare troppi giorni prima di aggiornare la mia rubrica sul cinema e per questo dovrei anche essere punito (per il gentil sesso si accettano manette, catene, frustini e sbattiuova, per tutti gli altri basta il pensiero…) ma tutto è dipeso dall’offerta cinematografica siracusana delle due ultime settimane: cinema Aurora “Gomorra”, cinema Mignon “Agente Smart – Casino totale” (troppo scontato per me: sono a caccia della Smart-girl ed è davvero un casino totale…), cinema Vasquez non pervenuto (sarà pronto per i panettoni?), cinema Salamandra non pervenuto

(dalle pizze in celluloide a quelle con pomodoro e mozzarella?)

L’unica era scrivere su “Gomorra”, grande film del grande Matteo Garrone, tirare quattro stilettate sulla nostra condizione locale a proposito di immondizia, inquinamento e giochi di potere (meditate elettori meditate…) e accodarmi a tutte le critiche e a tutti gli approfondimenti letti nel corso di questi ultimi mesi. Troppo facile. Mi sono detto: aspetta, non avere fretta!

Così mi sono dedicato alle mie serate di film noir, alle mie letture e a qualche breve incursione a cavallo del mio scooter nella speranza di beccare la mitica ragazza con la Smart.

Stavolta ho avuto soltanto due visioni, una delle quali mi ha fulminato sulla strada per Scala Greca. Era notte fonda. Mi ha superato a destra con la nonchalance tipica di chi passa e non si cura del mondo intorno. Speravo si fermasse al distributore automatico per cogliere l’opportunità di vederla a figura intera ma ha tirato dritto. Pazienza.

La seconda volta è stata due giorni dopo, al semaforo di Viale Teracati. Con un po’ di coraggio avrei potuto accostarmi al finestrino della sua Smart e memorizzare meglio il suo viso ma indossavo dei bermuda-jeans sdruciti, le infradito e il mio orrido casco nero. Sembravo un cono con glassa stile Blob Toseroni.

È scattato il verde e ognuno è andato per la sua via. Si dà il caso che la mia passava davanti ai manifesti del cinema i quali finalmente riportavano una novità: “Il cavaliere oscuro”, ossia il secondo episodio del Batman interpretato da Christian Bale.

L’idea mi ha allettato per tutto il tragitto fino a casa; avevo già pronti degli spunti su Batman e il cavaliere oscuro che viene da Arcore, giustiziere il primo, in fuga dalla giustizia il secondo ma poi – mi son detto – ancora supereroi? Dopo Hulk, anche Batman? Per poi passare magari a Hellboy 2? No, grazie!

La prossima volta… Ho acceso il PC, ho controllato la posta elettronica e per caso mi capita sotto gli occhi un articolo che parla del Festival del Cinema di Frontiera di Marzamemi. Ma come avevo fatto a non pensarci? Entro nel sito e leggo la programmazione.

Oltre ai titoli della rassegna dedicata a quel geniaccio di Abel Ferrara, scorro pure quelli relativi alle pellicole in concorso e, tra le altre, mi accorgo di un film che in realtà avevo già visto, un film uscito da poco nelle sale italiane: “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” del regista brasiliano Cao Hamburger.

Ora, a parte la mia passione per tutto ciò che è brasiliano/portoghese, mi sento in diritto di parlare di questo film proprio perché questo è l’anno in cui i miei genitori sono andati in vacanza lasciandomi da solo. Tiè!

Il film è ambientato nell’estate del 1970, l’anno dei mondiali in Messico. Il piccolo Mauro, figlio di un padre sempre in ritardo e di un nonno sempre puntuale, è un appassionato di futébol, figurine dei calciatori e di un gioco simil-subbuteo dal quale non riesce a separarsi. Spera di veder giocare insieme Tostão e Pelè alle spalle di Rivelino e di tornare a casa in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico.

Sì, perché i suoi genitori quell’estate decidono di abbandonare in fretta la loro abitazione di Belo Horizonte per partire verso non si sa dove e chissà poi perché. Mauro li aspetterà a São Paulo, in compagnia del nonno che abita (guarda caso…) nel quartiere “do Bom Retiro”. Solo che il nonno (da uomo puntuale qual era) è già morto e il maggiolino dei suoi genitori già partito. Così si occupa di lui il burbero vicino di casa che invano cercherà di introdurlo all’interno della bigotta comunità ebraica.

Da qui in poi il film è segnato dal sentimento dell’attesa. L’attesa di una telefonata, l’attesa dei mondiali, l’attesa di una spiegazione all’improvvisa sparizione dei suoi (che ora sappiamo essere due militanti di sinistra in fuga.) Sono quelli gli anni della dittatura militare di Emílio Garrastazu Médici e del suo “miracolo economico brasiliano”, gli anni della censura e della violenta repressione politica furbescamente filtrata dai successi della selecçao.

Ma il piccolo Mauro non sa niente di tutto questo e preferisce alleggerire l’attesa frequentando la piccola e scaltra Hanna, lo studente comunista Italo, la bellissima Irene e il misterioso fidanzato di questa: Edgar, un brasiliano d’africa che gioca in porta con l’agilità di un ragno.

Ed è proprio grazie a costui che Mauro capisce cosa vuole essere nella vita: un portiere di calcio. Un ruolo che, non solo sul piano metaforico, il piccolo gioca per tutta la durata del film. Del resto ci aveva avvisati sin dall’inizio: «Mio padre dice che nel calcio tutti possono sbagliare. Meno il portiere. Il portiere è diverso dagli altri giocatori perché passa la vita laggiù, da solo, aspettando il peggio…»

“L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” è una pellicola che non concede nulla all’autocommiserazione, alla lacrima facile, alla tenerezza spicciola tipica di certe storie con protagonisti adolescenti o giù di lì. La macchina da presa alterna piani fissi a movimenti scrupolosi e garbati nel tentativo di intercettare la paura e la coscienza sopite sotto la pelle di un paese accecato dai preparativi per i mondiali.

Così Mauro, scoprendo il maggiolino dei suoi posteggiato accanto ad un marciapiede assolato, preferisce abbandonare i festeggiamenti per la nazionale e correre a casa per riabbracciare la madre stremata sul letto. Tutto per (non) sentirsi dire quello che in cuor suo ha sempre saputo: suo padre sarà sempre in ritardo.

Meno compiaciuto e studiato rispetto a Walter Salles (“Central do Brasil”, “I diari della motocicletta”) e meno trasgressivo e spettacolare rispetto a Fernando Meirelles (“Cidade de Deus”, qui anche co-produttore), Cao Hamburger mette in scena il pathos senza sfiorare il patetico grazie ad una regia consapevolmente fredda e lucida, benché – a mio avviso – priva di quell’audacia sul piano narrativo che avrebbe conferito all’opera una maggior brillantezza, liberandola da certe lentezze e da alcune lacune dovute magari ad un eccessivo appiattimento della sceneggiatura sulla storia realmente accaduta.

Suggerimenti: dopo il film ascoltatevi “Vai passar” di Chico Buarque; scaricatevi una traduzione del testo e commuovetevi pure se sotto la travolgente allegria del samba si nascondesse altro.

Che dite? Pensate che abbia scritto abbastanza? Mi sono fatto perdonare per il ritardo? Vi do un consiglio. Fate un po’ come Mauro con suo padre: abituatevi alla cosa…
Del resto nemmeno la Smart-girl passa puntualmente dalle mie parti.
A proposito… Qualcuno di voi l’ha vista passare?

PETER PASQUERLEGGI LE ALTRE RUBRICHE DELLO STESSO AUTORE

leggi l’articolo completo su www.peterpasquer.blogspot.com


© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni
Stampa Articolo