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Appalto Asp Siracusa. Il Riesame conferma il no all’arresto di Caltagirone: “non provato un patto corruttivo”

Il Riesame sottolinea che il quadro indiziario non consente di ritenere provata né la consapevole accettazione di utilità offerte dai privati, né l’adozione di atti illegittimi da parte del direttore generale

Il Tribunale del Riesame di Palermo ha respinto l’appello della Procura contro la decisione del Gip di non applicare la misura cautelare nei confronti di Alessandro Caltagirone, direttore generale dell’Asp di Siracusa, nell’ambito dell’inchiesta sull’appalto per il servizio di ausiliariato.

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Secondo i giudici, allo stato degli atti non emergono elementi sufficienti per sostenere che Caltagirone abbia preso parte a un patto corruttivo con i privati coinvolti nella vicenda. Nelle motivazioni, il collegio spiega infatti che non risulta individuabile “un intervento posto in essere o anche solo promesso” dal manager pubblico tale da integrare la corruzione propria per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

Il Riesame sottolinea che il quadro indiziario non consente di ritenere provata né la consapevole accettazione di utilità offerte dai privati, né l’adozione di atti illegittimi da parte del direttore generale. In altre parole, per i giudici non c’è prova, almeno in questa fase, che Caltagirone abbia messo il proprio ruolo al servizio di interessi privati in cambio di vantaggi. Il tribunale riconosce invece che un eventuale disegno illecito si sarebbe sviluppato sul fronte politico, attraverso tentativi di avvicinamento e di influenza sul pubblico ufficiale che però non sarebbero mai sfociati in un accordo corruttivo vero e proprio.

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Nelle motivazioni viene richiamato anche il rapporto di Caltagirone con Totò Cuffaro e Saverio Romano. I giudici ritengono plausibile che il manager abbia accettato inizialmente di incontrare i rappresentanti della Dussmann anche in ragione di un rapporto di riconoscenza verso Cuffaro, legato – si legge – sia alla nomina alla guida dell’Asp di Siracusa sia a un precedente interessamento per il trasferimento della moglie. Tuttavia, questo elemento, per il Riesame, non basta a trasformare la disponibilità a un incontro in una prova di corruzione. Il collegio descrive infatti quell’incontro come interlocutorio, privo di impegni, promesse o indicazioni operative.

Tra gli episodi valorizzati dall’accusa c’era anche il rinvio della seduta che avrebbe dovuto ratificare l’aggiudicazione dell’appalto. Ma anche su questo punto il Riesame smonta la lettura accusatoria, osservando che il rinvio, pur potendo apparire anomalo, non può essere considerato automaticamente un atto contrario ai doveri d’ufficio. I giudici ritengono plausibile la spiegazione fornita da Caltagirone, cioè la necessità di attendere gli sviluppi della parallela gara centralizzata della Centrale unica di committenza, considerando quella dell’Asp come una “gara ponte” ed evitando così di alterare assetti in corso.

Sempre secondo il tribunale, manca anche la prova che quel rinvio fosse funzionale a favorire Dussmann. Anzi, viene ricordato che la società era in una posizione di sostanziale parità con la concorrente Pfe e che, alla ripresa dei lavori, fu collocata dalla commissione in seconda posizione tecnica.

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Un altro passaggio rilevante riguarda le presunte pressioni esercitate da Caltagirone sulla commissione. Anche qui il Riesame prende le distanze dall’impostazione della Procura. I commissari, si legge nelle motivazioni, avrebbero riferito di non avere mai avuto contatti diretti con il direttore generale e di avere percepito come unica interferenza concreta quella proveniente dal direttore sanitario, orientata a favore della concorrente Pfe. Gli stessi componenti della commissione, inoltre, non sarebbero stati in grado di dire se Caltagirone fosse o meno in sintonia con il direttore sanitario.

Infine, il tribunale richiama anche un incontro avvenuto a casa di Saverio Romano, nel momento in cui si era ormai delineata la possibilità che l’imprenditore Sergio Mazzola, ritenuto vicino al deputato nazionale, potesse ottenere un subappalto. In quel contesto, spiegano i giudici, Caltagirone sarebbe apparso “estremamente riservato”, restio a sbilanciarsi e orientato piuttosto a chiudere rapidamente il confronto, lasciando gli altri presenti in una condizione di incertezza tale da spingerli, piuttosto, a intensificare le pressioni sul versante politico. Il Tribunale del Riesame riconosce infatti che il Direttore Generale era percepito dagli imprenditori come un interlocutore difficile, proprio a causa della sua indisponibilità a fornire rassicurazioni fuori dai canali legali. Inoltre come stabilito dal Gip e dal Tribunale del Riesame che “non vi è, inoltre, alcuna evidenza che Caltagirone abbia esercitato pressioni sulla stazione appaltante; i commissari asserivano, al contrario, di non aver mai avuto contatti diretti con lui”.

Per il Riesame, dunque, non si rintracciano gli indici tipici di un pactum sceleris, ma anzi elementi di segno opposto, che indicherebbero una distanza tra il pubblico ufficiale e le richieste provenienti dai privati e dai loro intermediari. La decisione rafforza quindi il primo vaglio del Gip e segna un passaggio importante nell’inchiesta sull’appalto dell’Asp di Siracusa.

“Questa ordinanza ristabilisce la verità dei fatti – sottolineano gli avvocati Giuseppe Seminara e Pietro Canzoneri – e ribadisce (come peraltro già espresso dal GIP) come il comportamento del Dott. Caltagirone sia stato sempre integerrimo. Nella sua qualità di Direttore Generale non ha mai ceduto ad alcuna pressione, né ha mai mostrato disponibilità a favorire interessi privati, respingendo ogni ipotetico tentativo di interferenza e operando nell’esclusivo interesse della legalità e dell’amministrazione sanitaria”.


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