Ultime news

Carcere di Augusta: i cocci de “La Giara” segni di libertà. In scena i detenuti del laboratorio teatrale

‹‹Tutti così! Ignoranti! Sia pure una brocca o sia una conchetta, una ciotola o una tazzina: i punti! I denti della vecchia che digrignano e par che dicano “Sono rotta e accomodata!” Offro il bene e nessuno ne vuole approfittare. E mi dev’esser negato di fare un lavoro a regola d’arte!››.

Chiosa così Zi Dima Licasi, conciabrocche di professione, avulso al metodo tradizionale e scopritore di un innovativo e miracoloso mastice che, a suo dire, è capace di a far tornare come nuova la “Giara” protagonista dell’omonima opera pirandelliana, scelta per lo spettacolo andato in scena alla Casa di Reclusione di Augusta lo scorso 14 aprile, protagonisti i detenuti che frequentano il laboratorio teatrale attivo presso la struttura, promosso dalla Biblioteca comunale di Siracusa e diretto da Salvo Gennuso.

Un grosso guaio – la rottura di una giara nuova di zecca – fa montare su tutte le furie Don Lollò Zirafa, padrone terriero abituato a risolvere tutto “sotto la Legge”, tanto che il povero avvocato Scimè, stanco delle sue continue incursioni in città, pensa bene di regalargli un Codice, quel Libretto rosso che il sanguigno Don Lollò usa alla stessa stregua di una Bibbia per citare articoli e minacciare chi intralcia i suoi affari.

Un caso “nuovo”, non contemplato nel suo prezioso Codice, ed un personaggio “fuori dal coro” interverranno però ben presto a scardinare le certezze di Don Lollò, rompendo con l’apparente ordine che domina la scena della vita sua e dei suoi sottoposti, in una compenetrazione metateatrale che reca l’impronta pirandelliana. Zì Dima Licasi, chiamato dal padrone per riparare la giara – spaccatasi misteriosamente – vuole infatti imporgli le sue regole, certo che, nonostante l’evidenza e il sentire comune impongano l’uso dei punti per conciare ciò che è rotto, il suo misterioso mastice – di cui nessuno conosce l’origine né la composizione – possa ottenere un risultato decisamente migliore, facendo tornare il contenitore come nuovo.

“Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio anche i punti. Mastice e punti. Comando io”. Questa la sentenza del tribunale razionale di Don Lollò, che di lì a poco porterà Zì Dima a rinchiudersi nella giara, mentre tenta ancora una volta disperatamente di far valere la propria tesi, che qualcuno è disposto ad ascoltare ma che nessuno è forse in grado di comprendere fino in fondo.

Il lavoro condotto dai detenuti-attori di Augusta ha sposato in pieno la poetica pirandelliana di una forma – quella del testo e del suo significato letterale – da distruggere dal di dentro, svelando dall’interno tutte le cristallizzazioni sociali che impediscono all’uomo di essere veramente libero, secondo una concezione di libertà che va ben oltre la restrizione fisica.
In un finale catartico, quella giara così a lungo dibattuta si rompe, questa volta per volontà di Don Lollò, arresosi al potere dell’utopia che restituisce la libertà: “Abbiamo vinto noi!” . Così si chiude il sipario, che sarà nuovamente aperto il 28 aprile, per la replica de “La Giara” riservata alle famiglie dei detenuti, alle Istituzioni e agli addetti ai lavori.

La prima esperienza sul palco del gruppo di attori – composto da Davide Amenta, Giuseppe Casto, Andrea Costa, Carmine De Feo, Florian Lala, Alfonso Manto, Benedetto Marino, Agostino Romano, Dritan Skenderi – si è tradotta in una performance dall’umorismo serrato e incalzante, affidando alle scelte simboliche degli oggetti e dei movimenti di scena il compito di lasciare l’amaro in bocca agli spettatori dopo l’ultima risata. Una parabola ascendente, retta senza sbavature, che approda al duello finale tra Zì Dima e Don Lollò, reso con straordinaria bravura da Giuseppe Casto, al quale ha fatto da spalla un coro di campagnoli perfettamente in sintonia, capace di rendere nella diversa caratterizzazione linguistica – per la scelta di contaminazione tra la versione in dialetto e quella in italiano – la tensione espressiva dell’opera pirandelliana. La scenografia è stata dipinta da Arsen Bocai, mentre Marco La Placa ha lavorato in qualità di aiuto regista.

(di Elisabetta La Micela)


© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni
Stampa Articolo

© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni

Le notizie più lette di oggi