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Coronavirus. Virus cinese e la paura di Simone, tornato a Siracusa nonostante l’amore per l’Oriente

Il Coronavirus si sta espandendo con grande velocità in Cina e a oggi ha mietuto 41 vittime. E Simone è tornato subito a Siracusa

La paura, insieme a tristezza, gioia, disgusto e rabbia, è una delle emozioni fondamentali degli esseri viventi: ci mette in guardia dai pericoli e ci spinge alla sopravvivenza. A volte ci spinge a fare qualcosa di inimmaginabile, altre, come nel caso di Simone, ci porta a prendere la strada più ovvia. E nel suo caso è stata quella di casa. Perché Simone Figura, giovane di belle speranze di 23 anni, è tornato nella sua Siracusa per paura di qualcosa di invisibile: quel Coronavirus che si sta espandendo con grande velocità in Cina e che a oggi ha mietuto 41 vittime, costringendo il governo cinese a isolare una decina di città per un totale di 56 milioni di persone.

Per intenderci, poco meno di tutta la popolazione italiana. Simone da due anni studia Turismo internazionale a Londra e per il suo terzo anno accademico aveva scelto la Cina, Pechino nello specifico, per conoscerne usi, costumi, tradizioni e naturalmente lingua. “La mia esperienza in Cina – racconta – è iniziata il 29 agosto dello scorso anno e fino a qualche giorno fa tutto andava così bene che non avevo alcuna intenzione di tornare né in Italia, né in Inghilterra”. Anzi, Simone e la sua fidanzata, approfittando della sosta delle lezioni per il Capodanno cinese, avevano tutt’altro in programma: viaggiare alla scoperta della Cina e delle sue mille sfaccettature. “Con la mia ragazza il 14 gennaio abbiamo iniziato il viaggio visitando prima Taiyuan per poi spostarci dopo 4 giorni a Xi’an dove siamo rimasti per 5 giorni circa”. La svolta della storia, purtroppo per Simone arriva pochi attimi prima di prendere insieme con la sua compagna il treno per la terza tappa: Chengdu. “Poco prima di salire sul treno – prosegue – abbiamo iniziato a leggere notizie online, da siti europei in cui si parlava di quanto stesse accadendo. A Wuhan (la città da cui pare sia partito il focolaio del virus)”.

Forza del regime socialista. Simone, nonostante vivesse già da 8 mesi in Cina per sapere cose stesse accadendo nel suo Paese di adozione lo ha dovuto apprendere da amici e parenti che vivono a oltre 8.000 chilometri di distanza. “Il governo cinese – spiega – non ha comunicato nulla fino al 21 di gennaio. In Cina non è semplice ricevere notizie. Il silenzio è più forte, il non sapere è più potente. In un primo momento devo ammettere che non avevamo capito la gravità della situazione, ma successivamente, continuando a informarci, abbiamo compreso quanto fosse grande il problema e per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro tour e tornare a Pechino”.

Purtroppo per Simone e la sua ragazza, però, il virus era arrivato prima di loro e già nella zona sud della città si erano registrati i primi casi di contagio. Cosa fare allora? Intanto prendere i primi accorgimenti: evitare luoghi affollati e munirsi di mascherina protettiva. “Ma quali luoghi non sono affollati in Cina – si domanda sarcasticamente recuperando il sorriso – ci sono migliaia di persone ovunque. Ci era stato detto anche di evitare mercati e supermercati, ma con la mensa universitaria chiusa per le festività del Capodanno cinese da qualche parte dovevamo pur mangiare”.

Altro accorgimento, quello di evitare la carne. Ma come ammette lo stesso giovane siracusano, in Cina la carne si trova dappertutto. “Quando ordino vegetariano il piatto arriva sempre con qualche pezzetto di carne, perché dà sapore”. E poi le mascherine protettive, ormai “introvabili” e con i negozi presi d’assalto. Perché da quando anche il Governo popolare cinese ha iniziato a fornire le prime informazioni, i suoi abitanti, di solito etichettati come un popolo ordinato, si sono fatti sopraffare dalle reazioni provocate dalla paura.

“Ho visto degenerare la situazione in poche ore”. E allora che fare? La cosa più semplice: preservare la propria salute e tornare a casa. A Siracusa. “Sono atterrato venerdì con un volo da Pechino dopo lo scalo a Dubai. Ovviamente siamo stati sottoposti a controlli accuratissimi, almeno a Dubai, con telecamere termiche e quant’altro. Hanno controllato anche le mascherine che indossavamo per fugare qualsiasi dubbio”.

Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio. Perché adesso i problemi di Simone sono con la sua università londinese. “Sembra paradossale – esclama – ma al momento non essendo stato conclamato il problema come internazionale, bensì come una questione esclusivamente riguardante la Cina, ho solo due strade davanti a me: abbandonare gli studi di cinese o tornare lì quando riprenderanno le lezioni. Anche se questa epidemia non dovesse ancora essersi conclusa o quantomeno circoscritta”. Ma Simone, seppur innamorato della Cina ha paura a dover tornare. Almeno per adesso.

Paura di doversi confrontare contro una “situazione grave” e con un’epidemia che accelera, come dichiarato dal presidente cinese  Xi Jinping. Ecco, se uno degli uomini più potenti del mondo ha timore per quanto sta accadendo, figurarsi cosa può provare un giovane studente di 23 anni.


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