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Covid-19, tra presunti focolai ad Avola e tamponi “dubbi”: le risposte dal laboratorio di analisi Campisi

Il direttore del laboratorio fa un'analisi tranciante della situazione nel tentativo di fare chiarezza e spegnere le polemiche

Non esiste alcun focolaio ad Avola e men che meno tra il personale medico e infermieristico dell’ospedale Di Maria”. Una “sentenza” che arriva da Iano Campisi, direttore dell’omonimo laboratorio di analisi di Avola che a fine del mese scorso è stato accreditato dalla Regione per effettuare i test sui tamponi per i possibili casi di Covid-19.

Da circa un paio di giorni la struttura ospedaliera della zona sud della provincia è al centro di un lungo botta e risposta tra la Cisl e l’azienda sanitaria su un possibile “focolaio” all’ospedale Di Maria. Il sindacato, infatti, ha a più riprese parlato di una dozzina di casi positivi o dubbi, chiedendo lumi all’Asp e invitandola a non nascondersi dietro “tecnicismi”.

E allora con l’ausilio del dottor Campisi proviamo a spiegare l’arcano nella maniera più semplice. “E’ bene chiarire – dice – che il Covid-19 è una malattia causata da un virus appartenente al gruppo dei Coronavirus (responsabili di malattie respiratorie più o meno importanti, dalla semplice influenza a gravi polmoniti). La diagnosi da Covid-19 si basa sulla ricerca di Rna virale, una sorta di impronta genetica del virus, con la metodica Rt/Pcr, vale a dire un metodo che amplifica e quantifica l’Rna del virus.

Trattandosi però di un virus di recente comparsa, gli studi sono tutt’ora in continua evoluzione, così come  le tecniche di rilevamento si stanno affinando in itinere. “Al momento – prosegue Campisi – gli esami si svolgono con kit diagnostici che evidenziano almeno due target generici del virus, in pratica due pezzettini di Rna, patrimonio genetico del virus. Ma se dal test diagnostico si ha solo una presenza di questo target, il test va considerato “inconclusivo” o come viene detto più semplicemente, dubbio”.

In pratica non si può fare una diagnosi certa della presenza o dell’assenza del Covid, soprattutto se il soggetto è asintomatico. Mentre in caso di positività di uno solo dei due target, l’Istituto superiore di sanità, considera il test positivo solo se accompagnato da chiara sintomatologia della malattia Covid.

Questa inconclusività – spiega il direttore del laboratorio- può dipendere da parecchi fattori tra cui l’alta reattività con altri Coronavirus, vale a dire la somiglianza dell’impronta genetica del virus del Covid-19 con altri di natura simile, la natura del campione, la modalità di esecuzione del tampone e del suo trasporto e molte altre condizioni ancora non chiarite. Per questo è necessario ripetere il tampone fino a raggiungere un esito certo dell’esame che sarà positivo o negativo.”

Test alla quale il personale medico del Di Maria è stato recentemente sottoposto e che, stando alle parole del dottor Campisi, “molti di loro oggi risultano negativi”. E allora la domanda, vista l’infuocata polemica pare ovvia. Qual è la situazione al nosocomio avolese e in generale nella provincia di Siracusa?

Dal punto di vista scientifico – ancora – non posso sbilanciarmi. Posso solo dire che il direttore sanitario dell’ospedale di Avola ha fatto bene, andando oltre ogni precauzione, a mandare medici e infermieri a casa in isolamento in attesa dell’esito del secondo test. Per quanto riguarda la provincia posso dire che sto notando uno scemare della positività, così come sono sempre meno i casi dubbi.

Qualcuno potrebbe dire che questi dati sempre più rassicuranti potrebbero derivare anche da un minor o da un esiguo numero di tamponi svolti fino a oggi. Ma Campisi stoppa sul nascere la polemica. “Non è così – dichiara -. Da quando il mio laboratorio è stato accreditato dalla Regione (il 27 marzo, ndr), abbiamo analizzato oltre 1.500 tamponi. Viaggiamo con una media di 120 esami al giorno, lavorando dalle 10 alle 12 ore al giorno, con più turni, anche il sabato o il lunedì di Pasquetta. E lo facciamo per servizio alla collettività o passione. Ho messo a disposizione della Regione tutte le mie forze, con 4 persone dedicate solo ad analizzare i test.”

L’ultima domanda è quella su cosa ci lascerà questa esperienza, soprattutto dal punto di vista medico e umano. E anche in questo caso la risposta è tranciante: “spirito di servizio. Con i ragazzi abbiamo subito fatto squadra per fornire risposte immediate alle autorità e alla popolazione. E’ chiaro che vista la situazione emergenziale i primi tempi siano stati complicati, noi stessi attendiamo da due mesi una fornitura di reagenti che dovrebbe arrivare dagli Usa ma che il loro governo ha bloccato. Oggi però mi sento di dire che la collaborazione tra pubblico e privato sta funzionando a dovere. Diamo risposte con urgenza in 24 ore, e a volte anche in tempi più stretti per quelli che sono i soggetti in zona grigia, pronto soccorso o infettivologia. Un lavoro massacrante ma che facciamo senza lamentarci, perché siamo contenti di poter offrire il nostro contributo alla popolazione in questa fase di emergenza che ha sconvolto tutte le nostre vite”.


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