Ci sono esperienze che si raccontano con facilità. E poi ce ne sono altre davanti alle quali perfino le parole sembrano non bastare. Durante la telefonata con Simone Moncada, la sua voce si interrompe più volte, cerca il termine giusto, sorride dall’altra parte della cornetta. Non è facile spiegare cosa significhi ritrovarsi sul set del regista che ha cambiato il cinema contemporaneo. Ancora meno se quel set è quello di “The Odyssey”, il nuovo colossal di Christopher Nolan che sta già infrangendo record al botteghino.
Da Siracusa a Londra, poi la Grecia, le Egadi, le Eolie e infine la Scozia. Quattro mesi vissuti dentro una delle produzioni cinematografiche più imponenti degli ultimi anni. Simone Moncada è stato uno dei professionisti stunt performer della Odyssey Crew, chiamata a dare vita al viaggio in mare e alle battaglie di Ulisse.
“Questa è stata probabilmente l’esperienza più importante della mia carriera” racconta Simone. E mentre lo dice sembra quasi riviverla. “Lavorare con Christopher Nolan mi ha cambiato. Non solo come stunt performer, ma anche come artista e come storyteller“.
A guidare il reparto stunt c’era George Cottle, considerato uno dei più grandi stunt coordinator al mondo, professionista che negli anni ha firmato le sequenze d’azione di alcune delle più importanti produzioni hollywoodiane. “Non ho avuto l’opportunità di parlare con Nolan – racconta – ma ogni volta che arrivava sul set ne percepivo continuamente la presenza, quasi la sua aura. In alcune scene è stato lui stesso a dirigermi, insieme all’aiuto regia, spiegandomi come muovermi e quali azioni eseguire. È stato incredibile“.
Il lavoro ha portato la troupe tra mare aperto, coste rocciose e foreste scozzesi. “Abbiamo girato buona parte delle scene in mare e poi quelle della battaglia finale in Scozia – racconta riavvolgendo la sua personale pellicola –. Ho trascorso circa quattro mesi insieme alla produzione, seguendola in Grecia, alle Egadi, alle Eolie e poi in Scozia“.
Ma più delle scenografie, delle telecamere e dell’imponenza della produzione, ciò che continua a emozionarlo è il clima che si respirava sul set. “La cosa che mi porterò dentro è la resilienza di tutte le persone coinvolte – dice ancora Simone –. C’era una passione incredibile in ogni reparto. Tutti sapevamo di stare lavorando a qualcosa di enorme. Si era creata un’energia difficile da spiegare“.
Insomma, per un film di tale portata, proprio come conferma il performer siracusano, non esistevano orari e le giornate erano lunghissime. “Facevamo orari assurdi, spesso lavorando in condizioni meteo estreme. Però nessuno si tirava indietro. Anzi. Sapevamo che dovevamo andare oltre i nostri limiti. È questo che rende speciale un’esperienza del genere“.
Tra i tanti ricordi che custodirà di quei quattro mesi ce ne sono alcuni che ancora oggi gli strappano un sorriso. Uno riguarda Tom Holland, interprete di Telemaco. “In una scena facevo parte delle guardie imperiali e avevo Tom Holland proprio davanti a me. Ha provato la stessa battuta in tre modi diversi e, a un certo punto, in una di quelle interpretazioni ho sentito chiaramente la voce di Spider-Man. Dentro di me ero gasatissimo perché sono un grande appassionato del personaggio, ma dovevo restare immobile e serio. Per fortuna sono riuscito a mantenere la concentrazione e a fare il mio lavoro“.
Un altro momento rimasto impresso nella memoria di Simone è quello delle riprese della celebre scena delle Sirene, con Matt Damon, protagonista nei panni di Ulisse, legato all’albero della nave. “Ero tra i rematori della barca quando Matt Damon era legato all’albero maestro durante la scena del canto delle Sirene. Da quella sequenza ho imparato tantissimo. Ho osservato da vicino come Nolan dirige una scena e come un attore del livello di Matt Damon la interpreta. Anche quando l’inquadratura è stretta e il focus è tutto sul protagonista, anche noi che eravamo sullo sfondo dovevamo vivere ogni istante della scena. È stato lì che ho capito davvero cosa significhi far parte di una produzione di questo livello”.
Ma il percorso di Simone Moncada è iniziato molto lontano dai grandi set di Hollywood. “Tutto è cominciato a Siracusa, alla Silva Arte Danza e Musical, la scuola di formazione allo spettacolo diretta da me e da mia madre, Silva Zappalà – ricorda -. È stata lei ad avvicinarmi a questo mondo e oggi continuiamo insieme questo percorso anche come direttori della scuola“.
Da lì l’hip hop, lo studio della danza, del canto e della recitazione, poi la borsa di studio che, a soli sedici anni, gli ha spalancato le porte della Laine Theatre Arts, prestigiosa accademia di arti dello spettacolo di Londra. “Dopo il diploma ho iniziato a lavorare nel West End come performer e ballerino professionista, poi sono arrivati gli eventi, il cinema, le serie televisive e le pubblicità, specializzandomi successivamente anche nel mondo degli stunt“.
Oggi Simone vive tra Londra e Siracusa, ma la Sicilia resta casa. “Nel tempo libero torno sempre. Faccio quello che amo, giro il mondo e lavoro con professionisti straordinari. Ogni esperienza mi fa crescere come artista e come persona“.
Nel frattempo “The Odyssey” continua a macinare numeri impressionanti. Nei primi quattro giorni di programmazione ha incassato quasi 10 milioni di euro in Italia, superando i 230 milioni di dollari nel mondo. Solo nel nostro Paese è stato visto da oltre 1,17 milioni di spettatori, rappresentando l’85% degli incassi complessivi del weekend cinematografico.
Dietro quei numeri, però, c’è anche un pezzo di Siracusa. Un professionista che oggi lavora accanto ai migliori del settore ed è stato diretto da uno dei registi più influenti del nostro tempo. E forse il modo in cui, ancora oggi, fatica a trovare le parole per raccontare questa esperienza è il segno più autentico di quanto quei quattro mesi abbiano lasciato un’impronta profonda nel suo percorso artistico e umano.
