Il progetto “Enemy”, curato dall’attiva associazione “Esiba Arte” ha affrontato una nuova tappa del suo percorso. Il nuovo appuntamento si è allontanato dalle tematiche dell’ “altrove” per focalizzarsi su una questione per la quale andrebbe mossa una maggiore riflessione: i conflitti generati dalla sfera lavorativa. Conflitti che si consumano ogni giorno in prossimità delle nostre case e delle nostre vite, talvolta fino a sfociare anche nella morte.
Nella cornice di uno degli scorci ortigiani più caratteristici, il cortile Montevergini, un pubblico intenditore ed interessato è stato accolto lo scorso weekend da “Enemy – Lavoro”.
Attraverso le proiezioni di tre film, sarà rappresentata la problematica posta in evidenza.
“Morire di lavoro” è un film documentario di Daniele Segre, presentato il 12 febbraio 2008 nella Sala del Cenacolo alla Camera dei Deputati. Indaga la realtà del settore delle costruzioni in Italia, protagonisti i lavoratori e i familiari di lavoratori morti sul posto di lavoro. La trama narrativa si sviluppa attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti, ripresi in primo piano mentre puntano alla macchina da presa.
Altro elemento espressivo sono le voci di tre attori, due italiani e un senegalese, che interpretano ciascuno il ruolo di un lavoratore morto in cantiere. Nel film si parla di incidenti mortali nei cantieri edili, dell’orgoglio del lavoro e di come si è appreso il mestiere, della sicurezza e della sua mancanza, di lavoro nero, di caporalato.
“Parole Sante” di Ascanio Celestini. Cinecittà è un pezzo di Roma a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Accanto ad uno dei primi centri commerciali della capitale, quattromila lavoratori precari attraversano ventiquattro ore al giorno il portone di un’omonima palazzina, una fabbrica di occupazione a tempo determinato che sembra un condominio qualunque.
Tra loro alcuni operatori telefonici hanno organizzato scioperi, manifestazioni, scritto un giornale e presentato un esposto all’Ufficio Provinciale del Lavoro. Qualcuno poteva salvarsi e accettare un lavoro pagato 550 euro al mese, ma “noi non siamo mica il Titanic, – dicono – non affonderemo cantando”. “Parole sante!” – potrebbe essere la risposta.
E ancora, “Pirrera” di Piero Messina dove si narra dei minatori di zolfo in Sicilia mantenevano economicamente interi paesi. Uomini e giovanissimi “carusi” lavoravano per settimane, nudi per resistere al caldo, in cuniculi bui e irrespirabili, esplosivi e franosi, senza mai uscire; un mondo parellelo di soli maschi, che alla luce del sole risultava reietto, indegno persino di un funerale di rito.
Per quattro secoli principale risorsa economica dell’entroterra dell’isola, ragion d’essere di tanti piccoli centri; poi, dagli anni ’70, la zolfara conosce il declino, una politica estrattiva poco lungimirante, e infine la chiusura. Attualmente molti paesi della zona di Sommatino stanno per scomparire. Interviste e testimonianze di un passato che fu tragico, eppure in qualche modo rimpianto.
Un excursus proposto con tre film, che uniti possono “disegnare” un’unica pellicola che si chiude come un cerchio, al cui interno spaziano le diverse sfaccettature dei disagi creati dal lavoro.
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