In tendenza

Falso complotto Eni, concluse le indagini per Calafiore e Amara. E domani nuova udienza a Messina sul Sistema Siracusa

Nell’inchiesta inizialmente compariva anche un terzo siracusano, l’imprenditore (e amico di Amara) Sandro Ferraro, il cui nome non è però presente nella conclusione indagini. Il che fa presupporre che la sua posizione sia stata stralciata e archiviata

Da grandi accusatori ad accusati, con parole che adesso stanno tornando indietro come un boomerang. E la conclusione indagini di Milano per Piero Amara e Giuseppe Calafiore sembra essere – almeno per adesso – l’ultimo capitolo di una storia che appare molto lontana dai titoli di coda. Lo scorso dicembre, infatti, la Procura di Milano ha chiuso le indagini su quello che ormai può essere chiamato il “falso complotto Eni” e che vede tra gli indagati gli avvocati siracusani Piero Amara (attualmente ristretto nel carcere di Terni per altre vicende) e Giuseppe Calafiore.

Le indagini dei Pm milanesi, iniziate nel 2017, mirano a fare luce su uno dei tanti filoni nati dal cosiddetto “Sistema Siracusa” che vedeva in Amara il dominus e in Calafiore il suo più stretto collaboratore. Nell’inchiesta inizialmente compariva anche un terzo siracusano, l’imprenditore (e amico di Amara) Sandro Ferraro, il cui nome non è però presente nella conclusione indagini. Il che farebbe presupporre che la sua posizione sia stata stralciata e archiviata. Ferraro sulla vicenda del presunto complotto – finito prima a Terni e successivamente anche a Siracusa in uno degli ormai famosi fascicoli specchio – si è sempre rifiutato di parlare davanti ai pubblici ministeri Laura Pedio, Stefano Civardi e Monia Di Marco, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Ma Amara e Calafiore no, loro hanno parlato e le loro dichiarazioni sul presunto complotto adesso vengono definite “calunniose” dai Pm meneghini che sembrano quindi intenzionati a portare in giudizio i due.

Secondo l’accusa, l’avvocato Amara e l’ex manager di Eni, Vincenzo Armanna, avrebbero ordito un complotto contro l’amministratore delegato del “cane a sei zampe” Claudio Descalzi e il manager Claudio Granata. Un piano in cui si sosteneva che i vertici Eni avrebbero promesso ad Armanna varie utilità per ritrattare le sue accuse. Un progetto a cui avrebbe partecipato anche il socio di Amara, Giuseppe Calafiore, e l’ex responsabile dell’ufficio legale Eni Massimo Mantovani. L’indagine dei Pm milanesi, inoltre, ipotizza le accuse di “associazione per delinquere, induzione a rendere false dichiarazioni, truffa e calunnia per dodici persone e cinque società”.

E forse quello sulle false dichiarazioni è l’aspetto più importante, almeno per Amara, che sulle parole rese alle varie Procure ha provato a costruire una sorta di “salvacondotto”. Oggi (o meglio a dicembre) però, i pm milanesi lo hanno accusato – insieme con Armanna, Massimo Mantovani, Vincenzo Larocca, Antonio Vella e Michele Bianco, tutti dipendenti di Eni – di essersi associati per commettere più delitti di calunnia, diffamazione, intralcio alla giustizia, induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, false dichiarazioni al Pubblico ministero, favoreggiamento e corruzione tra privati.

Come detto, però, nell’ordire quello che per gli inquirenti è un falso complotto, oltre ad Amara un ruolo ce l’ha anche Giuseppe Calafiore, che proprio insieme con il legale megarese è accusato (al pari di Vincenzo Armanna) di aver dato vita a un disegno criminoso, accusando davanti ai Pm meneghini Claudio Granata e Claudio Descalzi, oggi quindi parte offesa, “pur sapendoli innocenti” – come si legge nel documento che attesta chiusura indagini -. In particolare riferivano che Granata, su incarico di Descalzi, “avrebbe permesso ad Armanna la riassunzione in Eni nonché altre rilevanti utilità dell’importo di 1,5 milioni di euro l’anno attraverso la società nigeriana Fenog, affinché Armanna attenuasse le dichiarazioni accusatorie rese nei confronti di Descalzi”. E tra i tanti soldi presenti nell’inchiesta, poco meno di due milioni – stando alla ricostruzione degli investigatori – sarebbero anche quelli che riceve Amara attraverso la società Napag.

Se da una parte, quindi, le dichiarazioni rese dai due hanno consentito l’apertura di diversi fascicoli, dall’altra ecco che i magistrati iniziano a dubitare (e a Milano ad accusare) della credibilità di quel fiume di parole rese. Per Amara il prossimo appuntamento è il 7 febbraio, sempre a Milano e sempre per un filone della vicenda Eni e del presunto complotto e ancora una volta con l’accusa di calunnia: quella nei confronti dell’ex avvocato di Armanna (anche lui accusato dello stesso reato), Luca Santa Maria.

Per Calafiore invece l’appuntamento è più vicino: domani a Messina è prevista l’udienza preliminare in merito alla richiesta di rinvio a giudizio operata dai Pubblici ministeri peloritani. L’avvocato siracusano deve rispondere con altri (ma sono tanti i filoni in cui si sono divisi i processi, alcuni in corso altri già conclusi) di corruzione in atti giudiziari, associazione a delinquere, formazione di elaborati ideologicamente falsi in concorso con periti e consulenti tecnici, simulazione di reato e dossieraggi ai danni di magistrati in servizio alla Procura di Siracusa. Accuse per le quali Calafiore aveva patteggiato la pena di undici mesi in continuazione con la condanna a due anni e nove mesi inflitta a febbraio del 2019 dal Gup del Tribunale di Roma. Ma la Corte di Cassazione su appello della Procura Generale ha annullato il patteggiamento, facendo tornare tutto al punto di partenza. Proprio come un boomerang.


© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni
Stampa Articolo