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Il gesto e il contesto, il Consiglio comunale di Siracusa tra accuse e incoerenze

Richiesto l’intervento del presidente del Consiglio comunale, ma va rivisto il clima complessivo del confronto in aula. Anche e soprattutto a telecamere spente

Un gesto giudicato “sessista”, compiuto durante l’ultima seduta del Consiglio comunale di Siracusa, riaccende il dibattito sul rispetto delle istituzioni e sul livello del confronto politico in aula. A sollevare il caso sono stati i consiglieri di minoranza, che in una nota parlano di un episodio “vergognoso” e chiedono un intervento formale del presidente del Consiglio per censurare quanto accaduto.

Secondo quanto ricostruito, il gesto – compiuto dal consigliere Franco Zappalà – non sarebbe stato colto nell’immediatezza, ma individuato solo successivamente attraverso la visione delle registrazioni video. Da qui la denuncia: un comportamento definito “sessista e offensivo”, incompatibile – si legge nella nota – con il ruolo istituzionale e con il rispetto dovuto all’aula.

Una presa di posizione netta, che richiama temi centrali come il decoro delle istituzioni e la necessità di contrastare ogni forma di linguaggio, anche non verbale, ritenuto degradante. Se il principio espresso nella nota appare difficilmente contestabile, resta però aperta una questione più ampia: quella della coerenza e della misura con cui certi episodi vengono denunciati.

Perché il problema non è e non può essere il singolo gesto, ma il livello complessivo del confronto all’interno del Consiglio comunale, dove troppo spesso si registrano toni sopra le righe, battute fuori luogo e atteggiamenti poco consoni al ruolo istituzionale. Soprattutto a microfoni spenti, ma pur sempre dentro l’aula Vittorini.

Zappalà, probabilmente, oggi paga il fatto che questo suo gesto non sia il primo in ordine cronologico. In una precedente seduta di circa un anno fa, lo stesso consigliere era già finito al centro delle polemiche per un’espressione sessista pronunciata ufficialmente al microfono durante il proprio intervento in aula. Anche in quel caso la “condanna” arrivò a seduta già conclusa, così come il richiamo. E Zappalà pagò l’accaduto anche con l’allontanamento dal partito di appartenenza (Italia Viva).

Una circostanza che, sotto il profilo istituzionale, appare ancora più rilevante rispetto a quanto accaduto oggi: in quel primo caso, infatti, il riferimento era (come oggi) esplicito, ma pubblico e parte integrante del dibattito consiliare.

L’episodio odierno, invece, si colloca su un contesto diverso: un gesto non verbale e colto dalle telecamere mentre Zappalà si trovava alle spalle del collega Angelo Greco, impegnato nel proprio intervento. Questo non lo rende giustificabile, ma contribuisce a definire meglio il quadro: un comportamento inappropriato che si inserisce però in una dinamica totalmente esterna al dibattito consiliare.

Condannare il sessismo è doveroso, sempre. Ma proprio per questo la condanna dovrebbe essere coerente e non episodica. Perché il rischio, altrimenti, diventa quello di una morale a intermittenza, solo quando un episodio diventa visibile – perché ripreso dalle telecamere – lasciando in secondo piano altri comportamenti, talvolta di simile gravità, che avvengono sempre in aula consilirare ma non davanti all’occhio elettronico.

Se davvero si vuole alzare il livello del dibattito, serve un’assunzione di responsabilità collettiva: non solo nel condannare il singolo gesto, ma nel riconoscere e correggere una cultura diffusa che, troppo spesso, scivola verso il confine dell’irrispettoso. Anche e soprattutto quando i microfoni sono spenti e le telecamere inquadrano da un’altra parte.


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