Il cambiamento climatico non è più uno scenario futuro ma una realtà che lascia segni sempre più evidenti anche lungo la costa siracusana. Il Plemmirio, con il suo straordinario patrimonio naturalistico e la sua Area Marina Protetta (AMP), è oggi uno dei luoghi simbolo dove gli effetti dell’innalzamento del livello del mare e dell’intensificazione degli eventi estremi diventano osservabili e misurabili.
A spiegarlo è Giovanni Scicchitano, professore di Scienze Geoambientali dell’Università di Bari e tra i massimi studiosi dei processi che modellano le coste del Mediterraneo, che da anni analizza l’evoluzione del litorale siciliano attraverso dati, rilievi sul campo e ricostruzioni degli eventi del passato. “Le coste sono archivi naturali straordinari – spiega – perché conservano le tracce delle mareggiate più intense e delle variazioni del livello del mare. Studiare questi segnali ci permette di capire non solo cosa è accaduto, ma soprattutto cosa potrebbe accadere nei prossimi decenni”.
L’erosione costiera, la maggiore frequenza delle mareggiate e l’impatto sempre più forte delle tempeste rappresentano i primi campanelli d’allarme. Fenomeni che, se un tempo avevano tempi di ritorno molto lunghi, oggi tendono a ripresentarsi con maggiore intensità. Il Mediterraneo, pur essendo un bacino semi-chiuso, è particolarmente sensibile all’innalzamento del livello del mare. Anche variazioni apparentemente contenute possono avere conseguenze rilevanti su falesie, piattaforme rocciose, grotte costiere e sugli habitat marini più fragili.
Per il Plemmirio questo significa una pressione crescente su ecosistemi già delicati e su un equilibrio che si è costruito in migliaia di anni.
Le proiezioni scientifiche indicano che nei prossimi decenni il livello del mare continuerà a salire e che gli eventi meteomarini estremi potranno diventare più frequenti. Non si tratta soltanto di una questione ambientale, ma anche territoriale e sociale: infrastrutture costiere, accessi al mare, sentieri e aree di fruizione pubblica potrebbero essere progressivamente esposti a un rischio maggiore.
“La ricerca – sottolinea Scicchitano – serve proprio a fornire strumenti concreti ai decisori e agli enti di gestione per pianificare interventi efficaci e sostenibili”.
Le praterie di Posidonia, ad esempio, svolgono un ruolo chiave nell’attenuare l’energia delle onde e nel contrastare l’erosione. “Proteggere questi sistemi – ha continuato Patrizia Maiorca, Presidente dell’AMP Plemmirio – significa quindi non solo salvaguardare la biodiversità, ma anche rafforzare la resilienza della costa.”
Il punto centrale diventa oggi la capacità di trasformare i dati scientifici in strategie di adattamento: pianificazione costiera, limitazione del consumo di suolo, sistemi di monitoraggio avanzati e una gestione integrata del territorio.
La sfida riguarda non solo gli enti di ricerca o le istituzioni, ma l’intera comunità.
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