Economia Strumenti digitali per i diritti

Istanze scritte con l’IA e lettere che diventano email: la tecnologia per i diritti in carcere

Condividi

Un diritto che non si può esercitare, di fatto, non esiste. È da questa convinzione che il Movimento Italiano Diritti Detenuti  da poco associazione riconosciuta, ente del terzo settore  ha costruito la sua parte più innovativa: un insieme di strumenti digitali gratuiti, in parte basati sull’intelligenza artificiale, pensati per persone detenute, familiari e avvocati.

Strumenti digitali per i diritti

Il primo è un assistente che aiuta a redigere l’istanza per la detenzione in condizioni inumane e degradanti. Quando lo spazio in cella scende sotto i tre metri quadri, la legge prevede un risarcimento: ma la procedura, spesso ostica e scoraggiante, viene guidata passo dopo passo, riducendo la distanza tra un diritto scritto sulla carta e la sua effettiva esigibilità. Accanto, un calcolatore del fine pena e dei benefici di legge, uno strumento professionale che consente di orientarsi tra liberazione anticipata, permessi e misure alternative, e un generatore che produce l’istanza di liberazione anticipata in un documento pronto da firmare e depositare al Tribunale di sorvevaglianza.

C’è poi ZeroMail, forse il servizio più semplice e più umano: trasforma le lettere dal carcere in email, e viceversa, accorciando i tempi della posta e tenendo vivo il filo con i familiari. Perché mantenere i legami affettivi, ricorda il Movimento, non è un favore concesso al detenuto, ma una condizione del reinserimento e un diritto riconosciuto, troppo spesso eroso da distanze e burocrazie.

Innovazione e collaborazioni

La scelta di puntare sulla tecnologia non è casuale. Sul piano operativo il progetto si avvale del contributo della Fondazione Laura e Alberto Genovese, che ne sostiene le piattaforme. E proprio dall’incontro con la Fondazione è nata la collaborazione con il cofondatore Alberto Genovese: imprenditore digitale la cui vicenda giudiziaria è nota, oggi in semilibertà, porta nel progetto un’esperienza tecnologica e d’impresa ora messa al servizio dei diritti. Da quel dialogo è emerso anche un tema poco affrontato, il rapporto tra dipendenze e detenzione, che colpisce in modo sproporzionato chi è già in difficoltà, destinato a diventare uno dei terreni di lavoro dell’associazione.

Struttura e sostenibilità

La trasformazione in ente del terzo settore dà a tutto questo basi più solide. L’adesione è aperta a tutti, anche online, dal sito del Movimento; chi non può versare una quota può sostenere l’associazione persino destinando il cinque per mille; e la struttura riconosciuta consente di reggere progetti duraturi e di rendere conto, con trasparenza, di come vengono impiegate le risorse.

L’impatto sociale della tecnologia

Il valore di questi strumenti, sottolineano i promotori, sta soprattutto in chi raggiungono. Gran parte della popolazione detenuta non ha un difensore di fiducia né i mezzi per pagarlo, e spesso resta sola davanti a procedure complesse. Offrire gratuitamente un assistente per le istanze, un calcolatore dei benefici e un canale di comunicazione rapido significa colmare un divario concreto: tra chi può permettersi assistenza legale e chi no, tra chi conosce i propri diritti e chi nemmeno sa di averne. È un’idea di uguaglianza applicata proprio al punto in cui di solito si interrompe: la soglia del carcere.

Resta il punto di fondo, che la fondatrice e presidente Giulia Troncatti non si stanca di ribadire: la tecnologia non sostituisce l’impegno umano, lo moltiplica. Mettere nelle mani di chi è privato della libertà, e di chi gli sta accanto, strumenti concreti per far valere ciò che la legge già riconosce significa restituire un minimo di potere a chi, dietro le sbarre, ne ha pochissimo. È la differenza, sottile ma decisiva, tra proclamare un diritto e renderlo davvero esigibile. E in un sistema in cui ancora oggi, denuncia il Movimento, «devi fare un processo per avere riconosciuti i tuoi diritti», quella differenza vale moltissimo.