Occhi scuri, capelli ricci, vena artistica e indole sovversiva. Marco Castello, 33 anni, siracusano, cantautore e polistrumentista, è uno degli artisti più originali emersi negli ultimi anni dalla scena musicale indipendente italiana. Il suo ultimo lavoro si intitola “Quaglia sovversiva”, un album che è insieme racconto, mito e dichiarazione d’identità.
Ospite negli studi di Siracusa News, Castello racconta un progetto nato come colonna sonora di una storia ambientata in un’isola fantastica che somiglia molto a Ortigia (non a caso, si potrebbe dire). Un luogo romanzato, ma profondamente radicato nella sua terra, in cui prende forma una rivoluzione immaginaria: una sovversione degli abitanti contro i “teatrini umani” e le contraddizioni del presente.
“È una storia costruita in modo fantasioso – spiega – ma nulla è casuale. Ortigia significa “quaglia” e questa è, in fondo, la nostra identità”. Nell’isola narrata nel disco, però, accade qualcosa che nella realtà non succede frequentemente: la ribellione.
Rabbia, passione e appartenenza
Musica, ribellione e anticonformismo non sono solo parole chiave, ma elementi che Castello riconosce come parte del suo percorso. “Cerco di dare voce a ciò che mi fa arrabbiare – racconta – ma anche a ciò che mi muove emotivamente. Tutto nasce da un’ispirazione profonda, sia nei temi che nel suono”.
La copertina dell’album è essa stessa un racconto: uno scatto della fotografa Bianca Burgo, realizzato davanti a Ortigia, con un fulmine reale sullo sfondo.
L’ultima traccia del disco affonda invece nel mito di Ortigia, legato ad Asteria, trasformata in quaglia e poi in isola. Un racconto che diventa metafora contemporanea, dove Zeus assume anche i contorni di una critica al potere e alla colonizzazione culturale. “Non è un caso – osserva – che a Siracusa si celebri ancora la luce, oggi con Santa Lucia, dopo secoli di stratificazioni simboliche”.
La scelta di restare
Nonostante il successo nazionale, Marco Castello ha scelto di vivere e restare in Sicilia, a Siracusa. “Io il mio mestiere l’ho trovato tornando da Milano – racconta – prima ancora del successo avevo deciso che sarei rimasto qui”. Una scelta “forzata dal cuore”, come la definisce lui stesso: “Ho bisogno di sentirmi appartenente a qualcosa. Preferisco essere arrabbiato in un posto che sento mio”.
Ma restare non significa non vedere i limiti. Castello parla senza filtri delle carenze culturali del territorio: “La musica non può esistere solo a Capodanno o in eventi sporadici. Dovrebbe essere parte attiva della vita dei cittadini”. E aggiunge: “Mi chiedo se chi amministra ascolti davvero la musica, se sappia cosa sia un concerto”.
Cultura come bisogno primario
Per il cantautore, la cultura ha una valenza pedagogica che le istituzioni dovrebbero riconoscere: “Un bambino non chiederà mai di andare a scuola, ma va indirizzato. Lo stesso vale per la cultura”.
Alla domanda su cosa direbbe a un giovane che si avvicina oggi alla musica, Castello risponde con semplicità: “Pazienza, forza e perseveranza, finché questa cosa dà piacere”. E sul rapporto con il successo e le piattaforme digitali invita a riscoprire l’autenticità: “Dobbiamo tornare a fidarci di ciò che ci fa stare bene, fuori dal giudizio e dalle logiche degli algoritmi”.
Il futuro
Dopo aver fondato una sua etichetta indipendente, scelta dettata più dall’urgenza che dalla fretta, Marco Castello guarda avanti: un tour estivo e forse un film legato a Quaglia sovversiva. Chissà…
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