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Poliziotti infedeli a Siracusa. Buste del supermercato, mattoni al posto di hashish, microspie e un “colpevole” alternativo: le motivazioni della condanna

Secondo i giudici il rapporto tra i due agenti e i clan non avrebbe avuto la forma della semplice copertura o della soffiata sporadica ma si trattava di una struttura

Il martello di un tribunale

Un sistema. Un meccanismo strutturato in cui la divisa – secondo i giudici – sarebbe stata utilizzata per garantire protezione, impunità e continuità ai traffici di droga sul territorio. Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna dei due agenti della Polizia di Stato Giuseppe Iacono e Rosario Salemi restituiscono un quadro desolante che non si ferma all’ipotesi della “mela marcia” ma va oltre. I due poliziotti erano stati arrestati nell’ottobre 2022 con accuse pesantissime: associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e cessione di sostanze stupefacenti e psicotrope, oltre a reati di corruzione, peculato e falso in atto pubblico. La richiesta dei Pubblici ministeri Stefano Priolo e Alessandro Sorrentino era di 22 anni per Iacono e 24 per Salemi. La decisione finale è stata addirittura più severa: 26 anni e 117 mila euro di multa per Iacono e 27 anni e 120 mila euro di multa per Salemi, con interdizione perpetua dai pubblici uffici e, sul piano amministrativo, l’estinzione del rapporto con la Polizia di Stato. Prevista anche la confisca di beni fino a 260 mila euro per Iacono e fino a 209 mila per Salemi, oltre al risarcimento del danno in favore — tra gli altri — dei Ministeri e dell’agente Claudia Catania, riconosciuta parte civile.

Poliziotti infedeli a Siracusa: condannati Salemi e Iacono

Tribunale

Ora, con il deposito delle motivazioni, emerge “un’associazione sopra l’associazione”. Secondo i giudici (presidente Antonella Coniglio, a latere Giuliana Catalano e Giulia D’Antoni), il rapporto tra i due agenti e i clan non avrebbe avuto la forma della semplice copertura o della soffiata sporadica ma si trattava di una struttura capace di garantire ai gruppi criminali sopravvivenza operativa, continuità e vantaggi competitivi, in cambio di profitti e remunerazioni periodiche.

All’interno di questo impianto, i giudici descrivono anche una divisione di ruoli: Rosario Salemi era il regista e gestiva rapporti, programmava consegne, appuntamenti, aveva capacità di mediazione e influenza nei contatti con i familiari dei criminali. Giuseppe Iacono era la figura operativa, l’uomo che, materialmente, curava le consegne e la parte più “sporca” del sistema. Era il braccio.

Secondo le ricostruzioni, gran parte della droga proverrebbe dai sequestri eseguiti durante indagini, sottratta dopo le analisi di laboratorio sui campioni e prima del deposito all’ufficio corpi di reato del Tribunale. Il passaggio successivo — sempre secondo l’impianto giudiziario — è quello che rende il quadro ancor più “inquietante”: la sostanza sequestrata sarebbe stata sostituita con materiali di ogni genere, per mantenere peso e apparenza dei reperti.

Francesco Capodieci racconta che Salemi avrebbe ordinato di procurarsi del mannitolo (sostanza da taglio) e di confezionarlo in modo specifico in buste del supermercato. Quando gli inquirenti aprono i reperti ufficiali depositati, trovano esattamente quelle buste con polvere bianca al posto della droga. Per l’hashish, la tecnica sarebbe stata più brutale ma efficace: panetti sostituiti con blocchi di terracotta. Un borsone che avrebbe dovuto contenere quasi 10 kg di hashish sequestrati, è risultato contenere otto mattoni di peso identico.

Uno degli episodi più emblematici sul fronte “protezione e impunità” riguarda il tema delle microspie. Iacono entrerebbe a casa di Riccardo Di Falco, farebbe segno di stare in silenzio e indicherebbe il punto esatto — nel frigorifero — dove i Carabinieri avrebbero nascosto una microspia pochi giorni prima. Il gesto, in questa ricostruzione, non è solo informazione: è controllo del campo.

Tra i passaggi più oscuri, la vicenda di Enza Farieri. Quando la donna inizia ad accusare Salemi di fornirle droga, il poliziotto — secondo la ricostruzione — tenta di minarne la credibilità: le offrirebbe 10.000 euro, le pagherebbe l’avvocato per spingerla a ritrattare e le suggerirebbe addirittura di fare uso di cocaina prima di andare al Sert, così da risultare tossicodipendente e apparire inattendibile.

La linea difensiva descritta nelle motivazioni ha provato a spostare il fuoco sulla presunta disorganizzazione interna: la Sezione Antidroga dipinta come un “porto di mare”, con chiavi accessibili e possibilità per chiunque di intervenire sui reperti. Ma il Tribunale respinge questa tesi con un ragionamento che, nel documento, è dirimente: non basta dire che “poteva farlo chiunque”. Perché, secondo i giudici, solo chi aveva quei rapporti esclusivi con i clan avrebbe avuto interesse e capacità di far sparire proprio quei carichi, con quella continuità e con quelle modalità.

Nelle motivazioni viene ricostruito anche ciò che la sentenza considera un passaggio chiave: la posizione dell’agente Claudia Catania, collega dei condannati. Secondo i giudici, Iacono e Salemi arrivano a falsificare la sua firma sui verbali di sequestro per far ricadere su di lei la responsabilità dei furti di droga. L’effetto, nella ricostruzione, è devastante: l’ispettore Catania viene inizialmente indagata e arriva a subire persino la detenzione domiciliare, prima di essere riconosciuta come vittima del complotto. Questo è un punto che sposta la storia su un piano ulteriore: non solo corruzione e traffico, ma anche la costruzione di una protezione interna attraverso un “colpevole alternativo”.

Il quadro complessivo delineato descrive un rapporto corruttivo stabile e duraturo, con remunerazioni periodiche in cambio di informazioni sulle indagini; rivelazioni su intercettazioni in atto; indicazioni su installazioni di microspie; contenuti di verbali di collaboratori; protezione operativa per consentire la prosecuzione dei traffici. Nel provvedimento emerge anche il tema patrimoniale: una sproporzione tra redditi dichiarati e tenore di vita, con guadagni considerati ingiustificati rispetto alle entrate lecite.

Ecco quindi che le motivazioni si inseriscono nel solco di una sentenza già pesantissima e provano a spiegare il “come” e il “perché”: un impianto che descrive un meccanismo in cui — secondo i giudici — la divisa avrebbe fornito ai clan un vantaggio difficilmente sostituibile: accesso, copertura, controllo dei tempi, controllo delle informazioni.


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