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Priolo Gargallo, Immigrazione: storie di vita e di normalità dal centro di accoglienza “Papa Francesco”

C’è chi si dispera perché non può comprare il giubbotto nuovo. E poi c’è chi non dispera ma ringrazia per avere un giubbotto. Qualsiasi. È il caso, questo, di tutti gli adolescenti che oggi si trovano al centro di prima accoglienza Papa Francesco, a Priolo, diretto da Francesco Maria Magnano.

Un centro che ad oggi accoglie 77 minori (quasi tutti gambesi di etnia mandingo, ma anche senegalesi, nigeriani, un siriano e ragazzini provenienti dalla Guinea Bissau) e che da due mesi è aperto e disponibile a ricevere esclusivamente minorenni, “da quando – dice Magnano – il prefetto decise di risparmiare loro le brutture del centro Umberto I“.

La struttura dovrebbe accoglierli per qualche giorno, ma a causa della lentezza burocratica per il trasferimento in altre sedi unita ai numerosi sbarchi avvenuti questa estate, spesso restano dei mesi durante i quali c’è una collaborazione continua con i servizi sociali per trovar loro una sistemazione definitiva. Così la permanenza diventa una full immersion di lingua italiana. Dopo la colazione delle 9, tutti i giorni i volontari entrano al centro e tengono lezioni di italiano.

Il sabato, grazie al protocollo d’intesa siglato con l’istituto polivalente alberghiero di Palazzolo e grazie all’intervento dell’Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale), i ragazzi imparano un mestiere con le lezioni di aiuto cuoco, barman e cameriere di sala. “Dovremmo dargli solo vitto e alloggio, ma forniamo loro anche abbigliamento e corsi di studio – aggiunge Magnano – e martedì scorso hanno partecipato a una gara culinaria all’università americana in Ortigia in una competizione che vedrà sfidarsi africani, europei e americani“.

Nei loro sguardi non sembra esserci alcuna paura. Quella è passata non appena toccata terra e adesso basta un calcio al pallone e l’amico vicino di letto per sentirsi a casa. O quasi. Qualcuno – è il caso di Buba Kassama e Bamba Jaiteh – riesce perfino a collegarsi a Facebook per tenere i contatti con il mondo. E tra loro sono innumerevoli le storie da raccontare, con esito positivo o – forse la cosa peggiore – senza ancora un esito.

C’era Mohammed, 15 anni, egiziano: dopo 20 giorni di permanenza al centro durante una conversazione causale fa sapere di avere il padre in Italia, a Soresina (Milano). Con l’aiuto dei dipendenti del centro lo contattano, si accertano della parentela e infine arrivano a ricongiungersi. Il genitore aveva chiesto al figlio di aspettare in Egitto il tempo di preparare la documentazione per il ricongiungimento naturale, ma il ragazzino si era stancato di attendere e, dopo aver ricevuto in prestito dal nonno i soldi per la traversata, è venuto in Italia.

Diversa la situazione di Alweisso, siriano di 16 anni. Sbarcato il 4 novembre ha lasciato le macerie di Aleppo, vagando per due mesi in attesa di giungere a Tripoli e da lì, con 1.400 dollari in mano, è riuscito a imbarcarsi e salvarsi. Da allora non ha notizie dei genitori, il fratello vive a Malta ed è venuto a trovarlo. Ma non può averlo in affidamento a causa del lavoro precario. Alweisso ha deciso di aspettare a Siracusa l’asilo politico. Poi si vedrà.

Diciassette migranti, il mese scorso, hanno invece sostenuto un provino di calcio con l’Olimpique Priolo: ne sono stati selezionati 10 da avviare a questo sport, potenziali campioni. Ma sono tutti privi di documenti e non possono giocare una partita, solo allenarsi.

Ma dopo tanta fatica, sofferenza e paura, sembra tanto già tirare due calci al pallone, lontano dal sibilo delle bombe e da una guerra che oscura il futuro.

Luca Signorelli


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