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Priolo, tensioni tra sindacati e Versalis. La Fiom Cgil: “il cambiamento non è possibile senza il coinvolgimento dei lavoratori”

Recano sottolinea il pericolo di un “effetto domino” e richiama l’esempio di Gela, dove la transizione alla bioraffineria ha richiesto dieci anni, lasciando sul campo cassa integrazione, licenziamenti e un crollo degli occupati metalmeccanici

Clima teso nel polo industriale di Priolo, dove le recenti visite dei vertici di Eni Versalis hanno acceso la protesta dei sindacati. La società, impegnata nel processo di riconversione industriale e nella gestione della fermata degli impianti, ha infatti incontrato nei giorni scorsi, nella sede di Confindustria Siracusa, i rappresentanti delle aziende appaltatrici, oltre a effettuare sopralluoghi nello stabilimento di Priolo. Nessun confronto, però, con le organizzazioni sindacali.

A denunciarlo in prima battuta sono stati i segretari generali di Filctem, Femca e Uiltec Siracusa – Fiorenzo Amato, Alessandro Tripoli e Giuseppe Di Natale – che hanno parlato apertamente di “occasione persa” e di “passo falso” da parte dell’azienda.

A sostegno delle rivendicazioni sindacali è intervenuto anche l’On. Giuseppe Carta, che ha sottolineato l’importanza di un confronto trasparente e inclusivo, soprattutto in una fase così cruciale per il futuro del polo petrolchimico.

Oggi, a rincarare la dose sulla vicenda è intervenuto Antonio Recano, segretario provinciale della Fiom Cgil, che in una lunga e dura nota accusa Eni Versalis di aver creato una “bolla di filtraggio” informativa per presentare un’immagine rassicurante del piano di trasformazione, ignorando le ricadute reali sul territorio. “L’azienda – scrive Recano – ha tranquillizzato gli imprenditori appaltatori, ma ha completamente tagliato fuori il sindacato. Questo comportamento mistifica la realtà di una crisi sistemica che sta travolgendo l’intero indotto”.

Il riferimento di Recano è chiaro: impianti fermi (Isab Goi, Sasol, Air Liquide), manutenzioni ridotte al minimo, cassa integrazione in aumento e un progressivo svuotamento occupazionale che, per l’esponente della Fiom Cgil, “mette a rischio la tenuta sociale ed economica del territorio”. Recano sottolinea il pericolo di un “effetto domino” e richiama l’esempio di Gela, dove la transizione alla bioraffineria ha richiesto dieci anni, lasciando sul campo cassa integrazione, licenziamenti e un crollo degli occupati metalmeccanici da 1.600 a circa 350.

È mancata – conclude il segretario della Fiom – la volontà politica e aziendale di aprire un vero dialogo sociale. Senza il coinvolgimento dei lavoratori, la transizione sarà solo un nuovo motivo di conflitto”.

Il timore dei sindacati è che, dietro le rassicurazioni, si stia consumando una trasformazione priva di visione strategica e senza adeguate garanzie occupazionali. In assenza di un piano energetico nazionale chiaro e di una politica industriale lungimirante, la riconversione rischia di diventare una dismissione mascherata.


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