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Processo “mafia e politica”, depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione per l’ex sindaco di Augusta Carrubba

Per il tribunale di Siracusa non ci fu alcun accordo dell’ex primo cittadino con esponenti del clan Nardo

“Non è stato possibile accertare l’intervenuto accordo tra il Carrubba e i vari esponenti del clan Nardo sul territorio del comune di Augusta. L’imputato Carrubba, non ha mai avuto contatti diretti con nessuno dei soggetti che già all’epoca erano noti esponenti del clan (Blandino, Ortisi Tony e Sergio) e ha intrattenuto rapporti di cortesia, con soggetti all’epoca privi di controindicazioni, quali Renzo Vincenti, Pandolfo Graziano, Carcione Maurizio e Marcello Ferro, senza che tuttavia sia mai stato provato, al di là di ogni ragionevole dubbio l’intervenuta conclusione di un accordo tra i suddetti soggetti e Carrubba”. Sono queste le conclusioni delle motivazioni, depositate alcuni giorni fa dalla Sezione penale del Tribunale di Siracusa, presieduta da Giuseppina Storaci, a latere Nicoletta Rusconi e Alfredo Spitaleri, dell’udienza del 10 settembre 2019 che ha assolto “perché il fatto non sussiste” dal concorso esterno in associazione mafiosa e dal voto di scambio l’ex sindaco Massimo Carrubba.

L’accusa. L’ex sindaco era accusato di aver favorito, anche senza farne parte e assieme all’ex assessore comunale Antonio Giunta e al consigliere comunale Carmelo Trovato, il clan Nardo di Lentini e di essersi accordati, in occasione delle elezioni comunali del 2008, con Fabrizio Blandino, oggi collaboratori di giustizia, e con Marcello Ferro, Maurizio Carcione, i fratelli Toni e Sergio Ortisi, esponenti del clan ottenendo l’appoggio di voti e fornendo loro in cambio l’impegno, una volta eletti, ad attivarsi per far ottenere l’affidamento, diretto o in sub appalto, dell’esecuzione di lavori pubblici, il rilascio della licenza a Carcione per il chiosco della Borgata, il contratto di locazione del palazzo Tabita per ospitarvi il tribunale e uffici comunali, la nomina ad assessore di Giacchino Aiello, suocero di Ferro, l’affidamento alla vetreria di Vincenti, factotum di Blandino, di una porta antipanico, all’impresa di Carcione di manutenzione straordinaria dei bagni della scuola Pascoli e di quella della Principe di Napoli ad una ditta di Graziano Pandolfo, imprenditore ritenuto contiguo a Blandino e Carcione.

Il processo. Iniziato il 14 gennaio 2014, ha subito diversi rinvii e anche modifiche del collegio giudicante ha, in sostanza smontato il castello accusatorio a carico di Carrubba costruito seguito della lunga indagine, avviata con le prime intercettazioni del 2007, dalla Dia Catania affermando, ad esempio, che l’ipotesi che Carrubba nel 2008 avesse vinto sul suo avversario e candidato a sindaco Marco Stella con un margine di solo 297 voti, che sarebbero derivati dall’essersi messo a disposizione del clan “non ha trovato alcun riscontro nell’istruttoria”. Inoltre dalle intercettazioni del collaboratore di giustizia Fabrizio Blandino, “diversamente da quanto ritenuto dal pm le conversazioni appaiono più riferirsi alle aspirazioni di Blandino di influenzare la campagna elettorale a sue personale mire di controllo dell’ufficio lavori pubblici, più che un vero e proprio patto stretto con Carrubba, come dimostrano i dialoghi in cui Blandino si lamentava proprio dell’operato del sindaco e dei tentativi falliti di ottenere qualcosa dal medesimo”.

E ancora: “l’infondatezza dell’accusa in ordine ai rapporti tra Carrubba e Blandino assume carattere di evidenza sulla vicenda del capannone di Puccio Tabita”. Secondo l’accusa, infatti, l’allora sindaco aveva garantito a Blandino, in cambio del suo appoggio elettorale, la stipula del contratto di locazione del palazzo Tabita per 9200 euro mensili dove poi furono sistemati degli uffici comunali e anche la sede distaccata del tribunale. I giudici siracusani ripercorrono tutto l’iter amministrativo del bando pubblicato dal Comune per l’affidamento del capannone, che fu seguito dagli uffici comunali, ma non dal sindaco in prima persona, che non aveva mai fatto pressioni in tal senso.

C’era stato anche un esposto su presunte illecità della concessione, mai confermate da un successiva indagine dei carabinieri di Augusta e lo stesso “Blandino in sede di testimoniale aveva negato di aver mai avuto contatti con Carrubba per sollecitare la conclusione del contratto di locazione per l’immobile”, cosi come riscontrato dalle numerose intercettazioni. A tal proposito i giudici citano anche una conversazione in cui Blandino parla con Tabita di alcune questioni inerenti una riunione elettorale e il potenziale di voti,  “che – si legge nella sentenza- non appare cosi decisiva come ritenuta dalla procura sia perché il contenuto è in parte stato ritenuto incomprensibile dai periti, tanto che nella trascrizione del perito non vi è alcun riferimento alla parola capannone, riportata invece dal pm, sia perché é stato chiaro che non vi fu nessun apporto elettorale del Blandino a favore del Carrubba”. E sempre sull’uso delle interpretazioni delle intercettazioni, in un altro passo il Tribunale scrive che “l’accusa mossa a carico del Carrubba, pertanto, pare più frutto di un massiccio travisamento di alcune conversazioni intercettate, che dell’effettiva sussistenza di contatti illeciti del sindaco con i diversi esponenti del clan”.

La reazione di Carrubba. “È questo, a mio modesto parere, il passo più importante – ha scritto oggi su Facebook Carrubba in un post in cui afferma che avrebbe voluto tenere una conferenza stampa, resa oggi impossibile dall’emergenza. Nel suo post riporta anche “altre fantasiose ricostruzioni dell’accusa, che mi hanno roso ed avvelenato per 8 anni”, come quella che dice “contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa (ed anche purtroppo nel decreto di scioglimento del Comune di Augusta, che “nel corso delle elezioni del 2008 aveva predisposto, con la collaborazione di Vincenti, una lista, denominata “Diritti e Doveri”, non a sostegno di Carrubba ma del candidato a sindaco Inzolia, generale in congedo dell’Arma dei Carabinieri..” Quest’ultimo, “tuttavia, proprio all’ultimo momento (probabilmente dopo aver appreso la condizione personale del Blandino, aveva negato la propria disponibilità, e a proposito del contratto per il palazzo Tabita parla dell’esposto di “Pippo Amara immancabile e puntuale – come sempre – sulle vicende amministrative importanti del Comune di Augusta, sul quale si è anche fondata l’inchiesta, che scrivono i giudici, “…appariva effettivamente privo di fondamento”.

La posizione dell’ex assessore Antonio Giunta. In questo caso giudici scrivono che “diversamente da quanto riscontrato nei confronti del sindaco Carrubba, le prove raccolte nel corso del procedimento – si legge – hanno fatto emergere l’esistenza di rapporti quantomeno opachi tra Giunta e diversi esponenti del clan e si è dimostrato come il primo fosse disponibile a soddisfare i loro interessi in cambio dell’appoggio elettorale. L’istruttoria però non ha permesso di provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che tali contatti abbiano comportato un rafforzamento delle capacità operative dell’intera organizzazione criminale o di sue articolazioni settoriali, grazie agli impegni presumibilmente assunti dalla giunta, poiché proprio come emerge da questa conversazione ad Augusta ciascun associato sembrava lavorare per propri scopi personali”. È stato, dunque, assolto con “formula dubitativa per il concorso esterno in associazione mafiosa, non essendo stata raggiunta la piena prova che il fatto sussista”, cosi come “se pur aveva offerto sia a Blandino che a Carcione la sua disponibilità a garantire benefici in cambio di voti non e’ emersa la prova che tali accordi fossero stati conclusi al fine di agevolare l’associazione mafiosa”. Il tribunale riporta, inoltre, le intercettazioni in cui Giunta afferma di “aver investito 30 mila euro per poter ottenere voti degli abitanti della case popolari”.

La posizione dell’ex consigliere comunale Carmelo Trovato. Era accusato di aver offerto e promesso a Toni Ortisi, esponente del clan Nardo l’assegnazione di Lavori pubblici in cambio del suo appoggio elettorale e per favorire il sodalizio mafioso, nella sentenza si legge che “sebbene sia stata raggiunta la prova dell’intervenuto accordo tra il medesimo e l’Ortisi non può ritenersi configurata l’aggravante di cui all’articolo 7 (aver agevolato il clan mafioso, ndr) contestata, pertanto il reato deve considerarsi estinto per intervenuta prescrizione”.

Le vicende siracusane. Un seconda parte delle motivazioni  è dedicata alle “vicende siracusane”, le cui indagini prendono le mosse da attività captative telefoniche e ambientali e hanno trovato conforto in alcuni mirati servizi di osservazione, controllo e pedinamento nonché nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Salvatore Lombardo, Pietro Vasquez, Attilio Pandofino, consentendo di ricostruire rapporti intrattenuti dal noto imprenditore e politico siracusano Nunzio Cappadona, già deputato regionale e all’epoca assessore alle Politiche sociali del Comune (deceduto nel frattempo e la cui posizione è stata stralciata e definita separatamente) sia con soggetti legati al clan mafioso di Siracusa Bottaro-Attanasio tra cui Salvatore Minniti (deceduto nel frattempo), Emanuele Gambuzza, entrambi condannati con sentenza irrevocabile per associazione mafiosa e che fungevano da tramite con il clan e Cappadona sia con esponenti della cellula megarese del clan Nardo come Carcione, Falco e gli imputati Salvatore Alescio e Tullio Tedesco.

L’unico condannato. Tre anni e 1.200 euro di multa per corruzione elettorale è stato Gambuzza, per Minniti il reato è estinto per morte del reo. “Non appare in alcun modo dimostrato che il sostegno elettorale fornito da parte degli imputati Carcione, Alescio e Tedesco si sia concretizzato mediante l’evocazione della loro (asserita) contiguità alla cellula operativa megarese del clan Nardo di Lentini. Sebbene risultino integrati tutti gli elementi costitutivi del reato di contestazione, non si ritiene dimostrata la stessa circostanza aggravante nella sua duplice forma”. Quindi non luogo a procedere perché il reato è prescritto.

Cettina Saraceno


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