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Siracusa, anche adulti, stranieri e detenuti tornano in aula. La preside: “aumentata la dispersione scolastica, ma voglia di riscatto”

Porte aperte al Cpia dal 14 settembre. In lockdown difficoltà con la didattica a distanza all'interno delle carceri. Arnone: "Adesso la scuola è viva"

“Dai semi di speranza piantati pazientemente nelle periferie dimenticate dal pianeta, da quei germogli di tenerezza che lottano per sopravvivere nel buio dell’esclusione, cresceranno alberi grandi sorgeranno boschi fitti di speranza per ossigenare questo mondo”, è la citazione di Papa Francesco dipinta sulla parete d’ingresso della scuola Martoglio di Siracusa.

Nella periferia siracusana, tra una panchina distrutta, in un quadro di degrado, tra questo o quel sacchetto di spazzatura abbandonato agli angoli, c’è una scuola. Non è solo banchi, libri e insegnanti. Questa scuola è anche un incubatore. È una missione di vita. È il sogno di inseguire la rigenerazione sociale di un italiano, di uno straniero, di un uomo in carcere, di una piazza, di un intero quartiere o di una città. È un piccolo mondo davanti la piazzetta di un quartiere passato tristemente alle cronache per il fenomeno dello spaccio, della delinquenza e dei tanti blitz delle forze dell’ordine. Ma è un quartiere abitato da chi si sveglia al mattino per andare a lavorare. Come tutti.

Ma proprio lì il senso di rigenerazione ha una valenza più forte. La scuola in questione è il centro provinciale per l’istruzione degli adulti che ha la sede principale al secondo piano dell’Istituto comprensivo Martoglio, in via Caracciolo. Al primo piano i bimbi, al secondo gli adulti, tutti uniti nel segno di una nuova strada (nuova per antonomasia per i bambini).

“Qui abbiamo studenti siracusani, stranieri e detenuti – spiega Simonetta Arnone, dirigente scolastico Cpia Siracusa – Per noi la difficoltà di dover spiegare le norme anti Covid è maggiore soprattutto con gli stranieri perché c’è il limite della lingua, ma devo dire che il rientro tra i banchi mi ha emozionata. Da due giorni sento la scuola rimbombare di voci e questo mi riempie di gioia”.

Con un sorriso nascosto dalla mascherina, la preside parla degli alunni, i suoi alunni che tornano in classe, ma a distanza di sicurezza. La socialità è ridotta, ma il ritorno tra i banchi di scuola è un piacere per tutti.

“È innegabile: il lockdown ha provocato una maggiore dispersione scolastica – spiega Arnone – soprattutto tra i miei studenti, ma adesso sono proprio loro che ci ringraziano non solo per essere tornati a scuola, ma anche per aver tenuto i rapporti con loro durante l’emergenza”. E questo non è stato certamente facile, in particolare all’interno degli istituti penitenziari dove le tecnologie non sono state sempre adeguate. Adesso però è un ricordo lontano: “siamo tornati a scuola da ieri e c’è veramente tanta voglia di fare, non solo da parte dei docenti, ma anche dagli studenti – conclude la preside – I più bravi sono gli stranieri però, che arrivano qui provati fisicamente da una giornata di lavoro. Caricano casse di frutta e di verdura, ma riescono a studiare. Spesso sono già abituati allo studio perché alle spalle, nei loro Paesi hanno già una carriera didattica importante alle spalle”.

Carriera che qui, in Sicilia, riparte. Ma con il desiderio ardente di migliorarsi ed emergere perché in fondo, come cantava De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Anzi “sorgeranno boschi fitti di speranza per ossigenare questo mondo”.


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