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Siracusa, autismo e solitudine. L’appello di una madre: “Mio figlio ama la vita, ma resta fuori. Nessuno lo invita a partecipare”

“Ho cercato amici a pagamento per mio figlio”: la denuncia di una madre

“Barriera: cancello, steccato, riparo”. Così la definisce il vocabolario. Ma esistono barriere ben più difficili da abbattere di quelle fisiche: sono quelle mentali, emotive e sociali. Sono le barriere che, ogni giorno, incontrano le persone con autismo.

Da questa consapevolezza nasce la testimonianza arrivata in redazione, il racconto di una madre che mette nero su bianco un dolore profondo, non solo per suo figlio, ma per tutte le famiglie che vivono la stessa realtà.

Il protagonista è un ragazzo di 18 anni, che chiameremo Tommaso (nome di fantasia). Frequenta la scuola e ha desideri semplici: uscire con gli amici, mangiare una pizza, andare al cinema, fare una passeggiata. Tutto ciò che per molti è normale, per lui diventa difficile.

“C’è una cosa che fa più male della diagnosi. È il silenzio”, racconta la madre, ripercorrendo un lungo percorso fatto di sacrifici, terapie e impegno costante per accompagnarlo verso autonomia e serenità.

Oggi però la sfida più grande non è più la malattia, ma la solitudine. “Mio figlio non ha amici. Non perché non sappia voler bene o stare con gli altri. Ama la musica, ridere, uscire, stare in compagnia. Ama la vita”.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché resta fuori?

“Viviamo in una società che parla di inclusione, che il 2 aprile accende luci blu e scrive parole importanti. Ma negli altri 364 giorni si dimentica”, continua la madre. Perché l’inclusione vera, spiega, non è uno slogan, ma un gesto quotidiano: un messaggio, un invito, una serata insieme.

“Non serve essere eroi. Basterebbe dire ai propri figli: perché non inviti Tommaso?”.

Di fronte al silenzio, la madre ha fatto qualcosa che non avrebbe mai immaginato: ha pubblicato un annuncio sui social, cercando ragazzi disposti, anche a pagamento, a trascorrere del tempo con il figlio. Un tentativo (o una provocazione) di offrirgli quella normalità che per altri è scontata.

“Eppure resta la domanda, amara: possibile che per costruire relazioni si debba arrivare a questo? – dice la mamma – Non è una denuncia, ma una riflessione che riguarda tutti. Questi ragazzi non chiedono privilegi. Chiedono normalità. Chiedono di essere visti per quello che sono”.

Tommaso non è la sua diagnosi. È un ragazzo, con sogni, emozioni e desideri. E, come tutti, ha bisogno di amici, di confronto, di umanità. Davvero questa vita frenetica, in cui rincorriamo tempo, affetti, algoritmi, aspettative e obiettivi, non riesce più a farci vedere l’umanità?

 


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