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Siracusa, bar di piazza d’Armi. Italia Nostra: “non aprirà, il Cga non è entrato nel merito”. Il Demanio, però, la pensa diversamente

Il Curatore fallimentare ha prospettato la vendita dell'azienda e il pagamento di tutti i canoni pregressi dovuti all’Agenzia del Demanio. Trasferendo anche la concessione all’eventuale aggiudicatario

“La sentenza del Cga che ha rigettato l’appello di Italia Nostra non è entrata nel merito della questione e della legittimità del permesso a costruire, della concessione demaniale e del nulla osta della Soprintendenza. Secondo il Consiglio il ricorso era tardivo in quanto non avrebbe rispettato il termine di impugnazione degli atti. Secondo il giudice, il termine per ricorrere decorreva da quando l’associazione aveva fatto un primo comunicato di allarme per l’incompatibilità dell’opera all’interno della piazza d’Armi, e non da quando l’associazione aveva avuto la piena conoscenza degli atti illegittimi per averli chiesti alle amministrazioni. Un’interpretazione che contrasta con altre decisioni del Consiglio di Stato che invece fanno decorrere il termine di impugnazione dal momento in cui il ricorrente ha la piena conoscenza di tutti gli atti per valutare se gravarli di ricorso. Una sentenza che si è voluta sottrarre alla decisione e al giudizio sulla illegittimità degli atti dell’ufficio del Demanio, della Soprintendenza e del Comune di Siracusa”. A parlare è l’avvocato Corrado Giuliano, difensore di Italia Nostra, dopo che il Consiglio di giustizia amministrazione ha dato torto all’associazione respingendo il ricorso sul bar dell’ex piazza d’Armi del Castello Maniace.

Ed è vero, il ricorso era tardivo e ciò ha reso inutile il resto del ricorso, anche se i giudici di secondo grado hanno evidenziato che l’appellante ha riproposto “pedissequamente le argomentazioni articolate in primo grado“, quando il Tar ha esplicitato i motivi per i quali ha respinto il ricorso. E il Cga ha confermato la condanna a rifondere le spese del doppio grado di giudizio per 5 mila euro in favore delle amministrazioni rappresentate dall’avvocatura dello Stato e in 5 mila a favore della società Senza confine in liquidazione giudiziale. “Anche la condanna alle spese è punitiva – sottolinea infatti Giuliano – e mirata a scoraggiare il generoso impegno delle associazioni a perseguire volontaristicamente gli interessi pubblici ed a tutelare interessi collettivi”.

L’avvocato poi tiene a precisare: “Il bar non apre. La questione resta aperta, la Società concessionaria è stata dichiarata in liquidazione giudiziale e avrebbe dovuto essere dichiarata decaduta dalla concessione, con ordine di riduzione in pristino del sito. Ed è ciò che si è richiesto all’ufficio del Demanio”.

Solo che il Demanio ha già risposto picche a questa richiesta di Italia Nostra e, proprio a tutela dell’interesse erariale (la società Senza confine ha debiti di 150 mila euro verso Inps e 150 mila verso Agenzia delle Entrate) e per l’uso del bene, ha dato la disponibilità al curatore di far subentrare altri nella gestione in caso di (come avvenuto) esito favorevole del giudizio d’appello.

Il Curatore fallimentare, infatti, ha esplicitato la possibilità di soddisfacimento dei crediti prospettando la vendita di azienda attraverso una procedura ad evidenza pubblica e il pagamento di tutti i canoni pregressi dovuti all’Agenzia del Demanio. Trasferendo, però, anche la concessione (a questo punto legittima) all’eventuale aggiudicatario. Il curatore potrebbe quindi optare per la vendita o l’affitto di azienda o rami d’azienda mantenendo l’esercizio provvisorio in attesa di cessione a terzi proprio dell’area con il bar. Che potrebbe, qualora volesse, aprire già da questa estate.


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