Ultime news

Siracusa calcio, dal trionfo alla disillusione in 365 giorni

Dal sogno alla caduta: un anno dopo il Siracusa ripiomba nel buio. In 365 giorni si è passati dalla promozione alla retrocessione tra caos societario e futuro incerto

La festa per la serie C del Siracusa calcio

Dal trionfo alla disillusione. In appena 365 giorni il Siracusa ha vissuto un ciclo completo, quasi brutale nella sua rapidità: dalla festa per la promozione in Serie C al silenzio amaro di una retrocessione e di un futuro tutto da decifrare.

Il 4 maggio 2025 era il giorno della gioia collettiva, delle oltre 10mila persone in festa, del ritorno tra i professionisti dopo anni difficili. Il 4 maggio 2026, invece, è una data che si porta dietro un senso di vuoto. Non solo per la categoria che certamente sarà quella dei dilettanti (da capire se D, Eccellenza, o peggio), ma per tutto ciò che si è incrinato lungo il percorso.

Perché questa non è stata solo una stagione negativa. È stata una stagione logorante, consumata tra penalizzazioni, stipendi non pagati, scadenze mancate e una continua instabilità societaria. E se il verdetto sportivo è arrivato solo all’ultima giornata, lo si deve esclusivamente alla tenuta di un gruppo – guidato da Marco Turati – che ha fatto ben oltre il proprio dovere.

In un anno si è passati anche da un presidente accolto come artefice della rinascita a una figura ormai distante dalla città, respinta da un ambiente e una città che non si riconosce più nella gestione societaria. Un ribaltamento totale, che racconta più di ogni altra cosa la frattura che si è creata.

Ma il dato più preoccupante non è solo la retrocessione. È il rischio concreto di disperdere quanto di buono era stato ricostruito: entusiasmo, senso di appartenenza, partecipazione. Un patrimonio che a Siracusa era tornato a vivere dopo anni e che oggi rischia di sgretolarsi sotto il peso delle difficoltà economiche e organizzative.

Le crepe, infatti, non riguardano solo la prima squadra. Anzi, forse è proprio il settore giovanile a raccontare con maggiore chiarezza la profondità del problema.

L’under 15, protagonista di un ottimo campionato chiuso al terzo si è trovata a dover affrontare una trasferta senza sette giocatori, impossibilitati a partecipare perché le famiglie avrebbero dovuto  autotassarsi per sostenerne i costi. Una situazione che va oltre il calcio, che tocca aspetti sociali e che evidenzia una mancanza strutturale.

Simile o per certi aspetti anche più grave quanto accaduto il giorno prima, sabato, all’under 17, costretta addirittura a non scendere in campo contro il Monopoli, incassando una sconfitta a tavolino e una penalizzazione. Un segnale forte, che racconta di una filiera in difficoltà e di un sistema che fatica a reggersi.

Un paradosso, visto che proprio i giovani potrebbero rappresentare una speranza. Tanto per il presente, quanto per il futuro. Perché il rischio più grande, oggi, non è solo perdere una categoria. È perdere identità.

E allora questo 4 maggio non è solo una data simbolica. È un punto di svolta. O almeno dovrebbe esserlo.


© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni
Stampa Articolo

© Riproduzione riservata - Termini e Condizioni

Le notizie più lette di oggi