Un silenzio che pesa. E che, più che una scelta tecnica o comunicativa, appare come un segnale chiaro: una frattura ormai evidente tra squadra e proprietà. Il silenzio stampa imposto al termine di Siracusa–Cavese non ha i contorni di una decisione ordinaria. Ha piuttosto il sapore della risposta, quasi della punizione, nei confronti di un gruppo che appena due giorni prima aveva scelto di esporsi pubblicamente, denunciando una situazione non più sostenibile. Una presa di posizione forte, quella di calciatori e staff, che evidentemente non è stata digerita da chi, pur lontano, continua a gestire le dinamiche del club.
Il problema, però, è che questo silenzio non protegge. Al contrario, espone ancora di più. Perché impedire alla squadra di parlare in un momento così delicato non fa altro che alimentare tensioni, aumentare il malumore e acuire un malessere che appare ormai sempre strutturale.
Difficile chiedere compattezza quando mancano le basi. Quando da mesi non arrivano stipendi, quando anche l’ordinaria gestione – dalle trasferte ai servizi per le gare casalinghe – diventa un problema da risolvere con soluzioni di emergenza. In questo contesto, il “mutuo soccorso” evocato non è più un’eccezione, ma una prassi. E questo, a livello professionale, è un cortocircuito evidente.
La sensazione è quella di un gruppo ormai logorato. Non tanto dal campo o dai risultati, ma da una battaglia continua contro variabili esterne, contro un’instabilità che si riflette inevitabilmente anche sul campo. Eppure, nonostante tutto, la squadra è ancora lì. Non retrocessa, aggrappata a una possibilità residua, per quanto minima.
Resta un’ultima settimana. Poi sarà Trapani, in un derby che ha il sapore amaro di un epilogo tra due realtà travolte più dai punti di penalizzazione che dai valori tecnici. Da una parte i granata, già condannati alla serie D dai 25 punti sottratti. Dall’altra il Siracusa, costretto a vincere e a sperare.
Lo scenario è chiaro: serve un successo e una combinazione favorevole dagli altri campi. Il Foggia non deve battere la Salernitana, il Giugliano deve cadere a Caserta. Una concatenazione complessa, che rende l’attesa quasi una lenta agonia.
E intanto resta il silenzio. Un silenzio che, più che proteggere, racconta. Racconta una stagione “malata”, gestita più con omissioni che con soluzioni. Perché in certe situazioni, non parlare non è neutralità: è una scelta. E spesso è quella che genera i danni più profondi.
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