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Siracusa, da laboratorio universitario a “rito” tra teatro, diritto e coscienza: ecco cos’è Agon

L’idea iniziale era quella di mettere gli studenti nei panni dell’accusa e della difesa, costringerli a confrontarsi con punti di vista diversi, imparare a sostenere argomentazioni opposte attorno a una vicenda umana complessa

Intervista su Agon al professor Militello

Diciotto anni e non sentirli. Venerdì 22 maggio Agòn raggiunge la sua maggiore età con la 18ª edizione, confermandosi come uno degli appuntamenti più originali del panorama culturale siracusano: un esperimento – promosso dal Siracusa Institute – capace di fondere tragedia classica, diritto e riflessione civile dentro uno dei luoghi simbolo della città, il Teatro Greco di Siracusa. Dietro questa intuizione c’è il professor Vincenzo Militello, professore ordinario di diritto penale nell’Università di Palermo, che oggi guarda con una certa emozione alla “maggiore età” di una creatura nata quasi in punta di piedi e destinata negli anni a diventare un appuntamento consolidato.

Agon nasceva come laboratorio per gli studenti del mio corso di diritto penale all’Università di Palermo“, racconta Militello. L’idea iniziale era quella di mettere gli studenti nei panni dell’accusa e della difesa, costringerli a confrontarsi con punti di vista diversi, imparare a sostenere argomentazioni opposte attorno a una vicenda umana complessa. Il materiale narrativo da cui partire era però particolare: le tragedie greche rappresentate ogni anno a Siracusa.

Una scelta tutt’altro che casuale. Perché, spiega Militello, quei testi antichi continuano a interrogare il presente. Da oltre duemila anni l’uomo sembra riproporre gli stessi conflitti: il rapporto tra legge e giustizia, tra coscienza e potere, tra responsabilità individuale e ordine collettivo. Questioni che cambiano forma, ma non sostanza.

Ed è proprio qui che Agòn trova la propria forza: trasformare il mito in un processo, fare entrare personaggi tragici dentro il linguaggio del diritto contemporaneo e utilizzare il dibattimento come strumento per leggere il presente.

Nel tempo il progetto si è evoluto. La componente strettamente universitaria si è trasformata e l’evento ha assunto una dimensione più ampia. Sono arrivati magistrati, avvocati, studiosi e protagonisti del mondo giuridico, chiamati a confrontarsi pubblicamente su casi che appartengono alla tragedia ma finiscono per parlare direttamente alla società di oggi.

Quest’anno, più che in passato, il tema sembra toccare corde particolarmente attuali. Guerre, conflitti internazionali, violazioni dei diritti, crisi geopolitiche riportano con forza una domanda antica: quale rapporto esiste tra diritto e potere? Militello richiama una riflessione del drammaturgo Henrik Ibsen: “Che cosa importa che tu abbia il diritto se non hai il potere?”. Una frase che, secondo il professore, descrive una tensione eterna: il potere ha bisogno del diritto per legittimarsi, ma spesso possiede anche la forza di superarne i limiti. Una dialettica che vediamo ogni giorno nella cronaca internazionale ma che era già presente, con impressionante lucidità, nelle tragedie greche.

Quest’anno il processo simbolico sarà dedicato a Creonte. E ancora una volta il pubblico sarà chiamato a interrogarsi non tanto su una colpa giuridica in senso stretto, quanto sulle grandi domande che attraversano il vivere civile.

Per Militello, però, Agòn conserva soprattutto una missione: ricordare ai più giovani il valore profondo delle professioni giuridiche. “L’avvocato, così come il giudice – dice -, contribuisce all’affermazione del diritto e il diritto, quando il potere è utilizzato come servizio per le persone, serve alla giustizia”.

E forse è proprio questa la lezione più attuale di Agòn: ricordare che il diritto non è soltanto un insieme di norme, ma uno strumento fragile e prezioso per comprendere l’uomo e difendere la convivenza civile.


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