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Siracusa, il garante dei detenuti in visita a Cavadonna: “situazioni di affollamento e assenza di mascherine”

Visita all'indomani del caso di suicidio di un trentenne. Nella sua relazione Villari evidenzia come al momento nella struttura non vi siano casi di Covid-19 né tra i detenuti né tra il personale di polizia penitenziaria

Nella serata di mercoledì 1 aprile il detenuto trentunenne Luca V. si è tolto la vita impiccandosi con il cavo dell’asciugacapelli alla finestra del bagno della sua cella. Il giovane uomo, con reiterate patologie neuropsichiatriche, era oggetto dell’attenzione congiunta da parte dell’educatrice e dello psichiatra della struttura. Tuttavia, in preda ad allucinazioni e a manie di persecuzione, dopo cinque giorni passati senza dormire, nella serata di mercoledì ha dato corso al folle gesto. Il compagno di cella, che racconta sconvolto le fasi delle ultime giornate di Luca, sentiti i rumori provenienti dal bagno, si è precipitato immediatamente per soccorrerlo, insieme agli agenti accorsi subito alle sue grida di aiuto. Ma per Luca non c’è stato più niente da fare. Lascia due bambine e una giovane moglie.

Affinchè non si identifichi quest’uomo soltanto per la sua posizione giuridica, quella di un detenuto, il garante dei detenuti di Siracusa, Giovanni Villari ha chiesto al dottor Giuseppe Ragusa, medico psichiatra che lo seguiva con dedizione e passione, di descriverlo sinteticamente a parole sue. Ecco quanto trasmette di getto: “Il sig. Luca V. era un padre poco più che 30enne di due bambine. Un uomo che al centro dei propri colloqui ha posto sempre la famiglia, anche quando era più “richiestivo” del solito, sempre per permettere un maggiore contatto seppur con i propri mezzi; modalità che ad un occhio professionale possono apparire non proprio consone, ma forse dettate da “diversità” culturali, sociologiche, economiche ma anche mediche, umanamente parlando, perché in fondo era un uomo, un padre, un fratello, un figlio, un marito, un amico, come lo sei tu, io e chiunque altro. Umanamente parlando, sempre!”

Riguardo alle azioni che avrebbero dovuto far seguito all’emanazione del DPCM, secondo quanto afferma il Direttore Aldo Tiralongo, solamente due i detenuti sono stati sottoposti agli arresti domiciliari. La magistratura di sorveglianza competente in zona sarà ulteriormente sollecitata. “Permangono quindi le situazioni pregresse di sovraffollamento aggravate dalla traduzione nei blocchi agibili dei detenuti precedentemente allocati nei blocchi devastati nel corso delle proteste del 6 marzo 2020 – si legge nella relazione di Villari -. Attualmente il Blocco 30, che dovrebbe ospitare “30 persone”, ne alloggia 52; i detenuti lamentano che in celle predisposte per quattro si sono ritrovati anche in otto. Alla data odierna risultano alla conta generale 559 detenuti presenti nella struttura. È comunque iniziata la fase di sopralluogo tecnico per quantificare i danni alla struttura e procedere ai lavori di ristrutturazione per riportare agli standard di sicurezza le sezioni danneggiate.”

Per quanto riguarda la fornitura di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) annunciata dal governo, questa non è ancora arrivata a Cavadonna, tanto che la direzione ha effettuato l’acquisto di 1000 mascherine, che però cominciano già a scarseggiare, tanto che non tutti gli agenti ne sarebbero provvisti. Nonostante la situazione di emergenza, comunque, non vi sono casi di Covid 19, né accertati né sospetti, né tra la popolazione detenuta, né tra gli agenti della polizia penitenziaria o tra il personale dell’area educativa.

Per quanto riguarda invece i detenuti malati di altre patologie, anche gravi – si legge ancora nella relazione – che necessiterebbero di interventi sanitari urgenti, le loro necessità vengono ulteriormente trascurate, anche a causa dell’emergenza sanitaria in corso. La struttura ospedaliera cittadina, che già prima dell’emergenza non rispondeva adeguatamente alle istanze del dirigente sanitario del carcere, si muove con ulteriore lentezza per garantire il diritto basilare alla salute dei detenuti.”

Particolarmente gravoso il lavoro della polizia penitenziaria in questa fase di emergenza. Gli agenti denotano stanchezza per la tensione che scaturisce dalla gestione del numero così elevato di telefonate giornaliere. La rete telefonica, che in contrada Monasteri è molto carente, pesantemente oberata dal numero più elevato delle chiamate, spesso non sostiene il traffico. Le chiamate vengono spesso interrotte (anche negli uffici), generando irritazione e malcontento. Sono state comunque allestite postazioni per effettuare videochiamate con skype e predisposti alcuni smarphone per videochiamate tramite whatsapp.

Si spera – conclude Villari – in una graduale diminuzione del carico restrittivo. Il perdurare di queste condizioni all’interno degli istituti penitenziari potrebbe condurre ad una situazione difficilmente gestibile. Troppo scarse le risorse; nessuna attività trattamentale; impossibilità di attività esterne (art. 21); carenza di affettività sono urgenze che gridano riforme.


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