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Siracusa, la Fiom sulla crisi della zona industriale: “basta tavoli permanenti, occorre costruire un laboratorio sociale”

Per il segretario della Fiom è arrivato il momento di investire su un nuovo modello di sviluppo a partire dalla riqualificazione delle produzioni

Il segretario della Fiom di Siracusa, Antonio Recano, entra nel merito della vertenza che in questi giorni coinvolge i 130 lavoratori della Bpis, società operante in zona industriale dichiarata fallita e che vede gli ormai ex dipendenti in un limbo che evidenza l’incertezza del futuro lavorativo. Una situazione che per il sindacalista fa emergere quanto il combinato disposto tra pandemia e crisi abbia contribuito a far crescere le diseguaglianze sociali e l’ingiustizia di cui è vittima il lavoro dipendente nel nostro Paese.

L’estrema gravità di questa situazione – dice Recano – non sembra, però, essere percepita da una politica impantanata nel personalismo e nei giochi di potere, e da un sistema industriale figlio di un modello economico e sociale che spingendo sulla massimizzazione del profitto – scaricando all’esterno i costi ambientali e sociali – ha consentito alle grandi imprese multinazionali di aumentare, anche in questa fase, i propri guadagni.”

Per Recano il petrolchimico di Priolo in questo senso rappresenterebbe uno spaccato esemplare di un sistema industriale “non riformabile, che invoca il “patto sociale” pretendendo, concessioni normative, fiscalità di vantaggio e l’intervento dello Stato a favore dell’impresa e moderazione salariale, precarietà, compressione dei diritti per i lavoratori. Il problema vero nel nostro territorio nel rapporto con le industrie Petrolchimiche, non è quello di favorire un’interlocuzione – “facendole uscire dalla lista dei cattivi a prescindere” -, ma occorre invece con obiettività, “lasciandosi alle spalle ogni preconcetto corporativo e aziendalista” tentare di superare contraddizioni ormai caratteristiche del sistema industriale siracusano, che con arroganza non intende riconoscere alcun ruolo ai soggetti sociali presenti in un territorio che avrebbe bisogno di un confronto vero per favorire un nuovo sistema di relazioni industriali inclusivo, capace di programmare e governare nuovi processi produttivi con l’obbiettivo di perseguire uno sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile.”

E in questo contesto, a detta del segretario provinciale della Fiom, non sarebbe certamente di aiuta il “piano di crisi” presentato al termine dello scorso anno dalla Lukoil che prevede lo smaltimento delle ferie arretrate per tutto il personale, lo stop ad alcuni impianti nello stabilimento sud e la possibilità di Cassa Integrazione a partire dal secondo trimestre e per i successivi 9 mesi del 2021. Un piano che per Recano sarebbe “un’enunciazione che mostra il profondo arretramento di un sistema industriale, che senza un’adeguata pianificazione capace di agganciare il processo di transizione energetica in atto, e alla luce delle effetti negativi derivanti dall’emergenza sanitaria sull’economia risulta tendenzialmente proiettato verso un declino che dimostra quanto siano diventate una cogente necessità  un vero contesto di responsabilità sociale d’impresa a tutela dell’occupazione, dell’ambiente e della salute, se si vuole scongiurare una nuova stagione di conflitto sociale in un territorio già duramente colpito.”

Il sindacalista chiede adesso di investire su di un nuovo modello di sviluppo a partire dalla riqualificazione delle produzioni. “Ora non c’è più tempo – afferma – o si realizza un piano strategico di bonifica, si programma la riconversione e lo sviluppo ecocompatibile del polo petrolchimico, oppure Priolo scomparirà, ma i lavoratori non sono più disposti a pagare il prezzo della crisi. Vertenze come quella che stanno vivendo i lavoratori della Bpis sono la dimostrazione che i “tavoli permanenti” non sono sufficienti se le imprese non vogliono mettere in discussione il sistema. Occorre costruire un laboratorio sociale – conclude Recano – dove il sindacato e i lavoratori possano mettere in campo tutta la forza e l’intelligenza di cui sono capaci per rimettere al centro la persona e i suoi bisogni, dettare condizioni e indirizzi, per una riqualificazione delle produzioni, per ridare il giusto valore al lavoro alla salute, all’ambiente e occorre farlo senza posizionamenti difensivi perché non si può accettare alcun “patto sociale” che come ci insegna la storia risulterebbe una sfuggente suggestione per nascondere in realtà pesanti ricatti.”


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