All’alba di un nuovo giorno, all’indomani della tanto discussa rivolta sicula che ha segnato, devastato ma anche diviso, squarciato, la Sicilia, suscitando pareri contrastanti, cosa è cambiato realmente? Deposti i forconi, riaccese le auto, alzate le prime saracinesche dei negozi, le città si svegliano, la gente riprende la propria vita, lentamente certo, come chi si risveglia da un lungo sonno, da un coma indotto.
Adesso è il momento della riabilitazione, non quella fisica certo, ma quella di un’isola che, rimasta immobile per giorni, si prepara a ripartire sperando che il suo assopimento, non sia stato del tutto vano. Gli scaffali dei negozi sono vuoti, le file ai rifornimenti interminabili. Sembrano serpenti lunghissimi.
Mentre alcuni agitano ancora i forconi, in mano o nelle loro menti, altri denunciano disagi e soprusi. I forconi intanto, entusiasti del loro operato, soddisfatti di aver attirato l’attenzione dei media italiani su di sè, non si accontentano. Avrebbero tranquillamente continuato uno sciopero che, superati i cinque giorni,poco avrebbe avuto di civile. Lottiamo per i nostri ideali, per la nostra dignità. Tutte cose giustissime, ma c’è qualcosa di nobile e dignitoso nell’impedire alle persone di svolgere normalmente il loro lavoro?
Se i medici non potessero più lavorare, le farmacie restassero chiuse, i negozi vuoti, i supermercati deserti, con quali forze la Sicilia lotterebbe per la propria libertà? Per quanto i presupposti di questa manifestazione, che ha assunto a tratti connotati violenti, siano sacrosanti e nobili, le modalità con cui questa lotta è stata condotta sono corrette? Non c’è un altro modo per far sentire all’Italia, all’Europa, la nostra inesauribile forza? La ricchezza della nostra terra, risiede tutta nella forza dei forconi e dell’isolamento?
La ricchezza della Sicilia sta nella sua terra fertile e calda, accogliente, nei frutti maturi che essa produce e negli innumerevoli scorci di paesaggi che per la loro bellezza ed intensità, richiamano a sè uno stuolo interminabile di turisti. La sua forza sta nella storia, di conquista e rinascita, di greci e di normanni, di razze e di culture. La ricchezza della nostra terra sta nelle sue innumerevoli risorse, eppure, ai nostri occhi, nelle nostre memorie, sembra che di questo patrimonio non ci sia traccia alcuna. Da queste, forse, dovremmo partire al fine di rimettere in moto una macchina, quella dell’economia siciliana, dell’agricoltura, della produttività, un colosso arenato sul fianco, come la “Concordia”.
Dobbiamo ripartire dalla nostra terra, con i forconi si, ma per coltivarla. Sarebbe forse stato più logico bloccare le esportazioni dei nostri prodotti, facendo così sentire che peso abbia la nostra produzione in ambito europeo. Un po’ come avvenne, qualche tempo fa per i francesi, che bloccarono l’importazione di latte nel loro paese, dagli allevatori italiani che lo avevano prodotto in eccesso, contravvenendo alle norme europee sulle quote latte. Noi cosa facciamo per tutelarci?
Da noi, in Italia, vige il motto: “ mors tua, vita mea”. E’ la legge del più forte, dell’opportunismo. Il sentimento nazionale non è molto diffuso. Noi certo non siamo la nazione Sicilia, siamo parte integrante della nazione Italia, ma questo non ci impedisce, nei limiti imposti da un società moderna e civile, di ripartire dalla nostra terra e di cercare di valorizzarne il patrimonio economico e culturale.
E’ necessario però non chiudersi in un isolamento geografico ed economico. Esso alimenterebbe soltanto il mito verghiano dell’ostrica, dell’isolamento come protezione, della staticità e della chiusura verso il mondo esterno come unico modo per vivere felici. Una società chiusa insomma, riluttante verso qualsiasi tipo di progresso. Non è questo quello di cui abbiamo bisogno.
L.P.
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