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Siracusa, oggi si torna a scuola in presenza. Gli alunni: “siamo spaventati”

Dall'altra parte della barricata ci sono i dirigenti scolastici che, quotidianamente, devono districarsi tra circolare, disposizioni ministeriali, preoccupazioni dell'intera popolazione scolastica e norme di controllo che cambiano. E intanto lo psicologo Salvatore Greco, padre con figli studenti e con attività anche a scuola, ha scritto una lettera agli insegnanti

Il Tar ha sospeso l’ordinanza del sindaco di Siracusa disponendo il ritorno a scuola in presenza, come successo a Messina, Palermo e Agrigento, e quindi, da questa mattina, studenti in Aula nel capoluogo.

L’atmosfera, però, non è quella del rientro dopo le vacanze natalizie: mancano le comitive di ragazzini fuori dall’istituto e le aula non sono piene di studenti. “Abbiamo paura di rientrare”, dicono ai microfoni di SiracusaNews.

A telecamere spente ci spiegano che in ogni classe, durante le feste, c’è stato almeno un positivo. Un dato che non va preso letteralmente perchè ad oggi, nelle scuole siracusane, in realtà il numero dei contagiati è basso. Eppure, il sentimento comune è quello di vivere costantemente in pericolo. Vero è che da un lato la curva dei casi si è alzata proprio quando le scuole erano chiuse, ma altrettanto reali sono i timori degli studenti pendolari costretti a prendere il bus per spostarsi: “Io vengo da Floridia – spiega una studentessa – Questa mattina il bus era per metà vuoto quindi è andata bene, ma al ritorno per rientrare a casa c’è una linea sola disponibile e temo che non sarà possibile viaggiare distanziati”.

Dall’altra parte della barricata ci sono i dirigenti scolastici che, quotidianamente, devono districarsi tra circolare, disposizioni ministeriali, preoccupazioni dell’intera popolazione scolastica e norme di controllo che cambiano.

E intanto lo psicologo Salvatore Greco, padre con figli studenti e con attività anche a scuola, ieri sera ha scritto una lettera agli insegnanti per sollecitare la loro voce e per proporre una riflessione:

“Cari insegnanti, vi scrivo queste righe (da padre con figli studenti e da psicologo con attività anche a scuola) per sollecitare la vostra voce e per proporre una riflessione.
Oggi domenica 16 gennaio, di sera siete stati informati, senza uno straccio di preavviso, così come gli studenti a riprendere il servizio in presenza a scuola, dopo che era prevista la DAD fino a Mercoledi. Gira voce, questa stessa sera, che rappresentanze degli studenti stanno proponendo uno sciopero bianco sulla base di alcuni punti che l’indomani vogliono avanzare al Prefetto.

È un periodo difficile per tutti. Io personalmente sono per i ritorni in presenza, ma mi rendo conto delle perplessità di altri, degli studenti e anche tra le fila degli insegnanti. Ma non è su questo delicato problema che mi volevo soffermare. Oltre le preoccupazioni che potete avere come tutti e delle difficoltà ad insegnare in questa situazione, so dei carichi di lavoro, riunioni e adempimenti cui siete oberati in questo ultimo biennio e mi chiedo: ma come vi sentite? Come è essere convocati la sera prima? Non avete voglia di far sentire la vostra voce e dire, come vogliamo dire noi famiglie e studenti, che non siamo dei burattini da manipolare a piacere nei tempi e nei modi?

Ve lo chiedo, perché credo, che in questi anni stia mancando la vostra voce, perché nessuno pubblicamente vi chiede come state. Penso, che pur nelle responsabilità del vostro servizio pubblico, non ci si possa esimere dal mostrare la propria dignità. Credo sia un passaggio delicato perché penso profondamente che abbia a che fare col vostro rapporto con gli studenti in questi ultimi due anni. Penso che la vostra afasia nel non sapere dire; cazzo! ci siamo anche noi!, nel non saper rivendicare le vostre fatiche e le vostre preoccupazioni davanti a questo periodo assurdo e disorientante, nel non esigere che istituzionalmente vi si chieda: come state? di cosa avete bisogno? vi stia rendendo ciechi nel raccogliere, a vostra volta, il disagio degli alunni con cui lavorate, la vostra difficoltà a dire ai vostri ragazzi: come state? come ci possiamo organizzare diversamente?, come possiamo prenderci cura di voi senza essere ossessionai dal programma?

Siamo di fronte a un evento eccezionale, cui non si può rispondere solo depressivamente, retroflettendo la nostra voce, ma deve essere occasione per una crescita umana e culturale. Il recupero della vostra dignità, del vostro diritto a essere visti, coinciderebbe col recupero dei vostri studenti, col loro essere visti, più empaticamente, da voi. Ho avuto l’impressione che a scuola si siamo continuato“come se fuori non fosse successo nulla”. Questa desensibilizzazione, questa incapacità a trattare l’emotività, al discutere e all’elaborare i problemi insieme ha prodotto questa deriva dalla partecipazione attiva dei ragazzi.

Quello che è accaduto può essere ben rappresentato dalla nota battuta medica: “Operazione perfettamente riuscita, il paziente è morto” dove al posto dell’operazione mettiamo il programma e al posto del paziente mettiamo gli studenti, e aggiungerei, nello svuotamento di senso del proprio lavoro, anche gli insegnanti. Fate sentire, in qualche modo, pubblicamente la vostra voce, e non abbiate timore di parlare emotivamente coi vostri studenti, di costruire nuovi modi di apprendimento partecipato, di rendere interessante lo stare insieme. Nessuno si salva da solo”.


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