Augusta, tra i 50 e i 200 euro a persone che frequentavano la mensa dei poveri per farli diventare prestanome

Le aziende avevano un obiettivo: morire dopo aver effettuato lavori in subappalto a prezzi fuori mercato, accumulando debiti tributari e contributivi per poi essere svuotate spostando masse di denaro

“Assumevano” prestanome per le società pronte a fallire pagandoli tra i 50 e i 200 euro e “pescando” i nomi anche tra gli indigenti che frequentavano la mensa dei poveri. Così, secondo la Procura, i coniugi Bele – Armenia portavano avanti la rete di società pronta a frodare lo Stato attraverso grandi commesse della zona industriale (Isab, Priolo Servizi, Versalis, Erg, Saipem e non solo, oggi potenziali persone offese), sfruttando Durc falsificati che nascondevano grosse esposizioni debitorie.

Un profitto di oltre 43 milioni di euro in un decennio di attività organizzata in maniera minuziosa, con una struttura complessa che si avvaleva anche di società “spazzatura” pronte ad accumulare debiti nei confronti dell’erario e che non pagavano i contributi previdenziali dei lavoratori. L’operazione Gap della Guardia di Finanza ha portato alla luce un sistema complesso che aveva tra le figure chiavi quella del commercialista, in grado di sfruttare “soluzioni creative” alla presentazione dei bilanci, ma soprattutto marito e moglie, quest’ultima inizialmente assunta con un contratto di Cococo con compensi superiori di 10 volte rispetto a quello dell’amministratore.

I riscontri posti in essere dalla Finanza hanno evidenziato che le società erano riconducibili agli stessi soggetti, utilizzavano le stesse maestranze, mezzi e uffici, prendevano le commesse dallo stesso consorzio e avevano gli stessi amministratori ma privi di autorità e poteri gestionali oltre che di competenze e delle conoscenze necessarie per esercitare la carica rivestita. Le aziende avevano un obiettivo: morire dopo aver effettuato lavori in subappalto a prezzi fuori mercato, accumulando debiti tributari e contributivi per poi essere svuotate spostando masse di denaro. Totale: un buco di circa 44 milioni di euro.

Il procuratore capo Sabrina Gambino e il Pm titolare dell’indagine Salvatore Grillo hanno auspicato il salvataggio del posto di lavoro dei dipendenti per evitare di arrecare un danno occupazionale e quindi l’affidamento dell’azienda a un amministratore giudiziario competente.


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