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Sistema Siracusa, 3 su 3: la Procura generale impugna il patteggiamento di Calafiore e punta alla confisca di beni

L'accordo prevede i domiciliari notturni per 7 mesi e la confisca di circa 92 mila euro, la Procura generale chiede almeno i 300 mila euro scambiati con l'ex parlamentare Verdini

Tre su tre. La Procura generale impugna ancora una volta il patteggiamento dell’avvocato Giuseppe Calafiore, nell’ambito del filone messinese del Sistema Siracusa. A firmarlo il procuratore generale Carlo Caponcello con il sostituto Giuseppe Costa, che chiedono alla Corte di Cassazione di annullare la sentenza. Stavolta la contestazione riguarda l’accordo a 7 mesi e 7 giorni, in continuazione con il patteggiamento a Roma (2 anni e 9 mesi).

Nel frattempo, però, altre imputazioni sono andate in prescrizione e da qui il patteggiamento a una pena inferiore rispetto ai precedenti, ma da scontare in regime di detenzione domiciliare (dalle 21 alle 9) e con l’obbligo di permanere nella regione Lazio. Tra le altre prescrizioni, il divieto di detenere qualsiasi arma, di frequentare abitualmente pregiudicati o persone sottoposte a misura di sicurezza, il ritiro del passaporto e la confisca di 28.500 euro e, per equivalente, di due immobili per un valore complessivo di 63.900 euro. La Procura generale pone in particolare evidenza due motivazioni: illegalità della misura di sicurezza della confisca obbligatoria e della pena per violazione del limite minimo della pena di reclusione. Ma mentre sul secondo punto sollevato si ritiene la pena in aumento “in misura palesemente al di sotto del minimo legale” rammentando il limite minimo e irriducibile di 15 giorni, sul primo punto tutto passa da un esempio: le somme ricevute dal coimputato Denis Verdini si attestano su 300 mila euro. Senza entrare nel merito della pena concordata (17 giorni di reclusione), la Procura ricorda che la confisca obbligatoria dei beni andrebbe fatta per un valore comunque “non inferiore a quello del denaro o delle altre utilità date o promesse”. 

Quindi il tribunale di Messina avrebbe violato la disposizione poiché la confisca riguarda beni di valore certamente inferiore rispetto al provvedimento eseguito nei confronti dell’avvocato. “Tale violazione, pertanto – si legge nel ricorso della Procura – ha certamente determinato l’illegalità della misura di sicurezza patrimoniale disposta in sentenza”. Inoltre la somma indicata in sentenza è la stessa presente nell’accordo fra le parti e già disposta nelle precedenti statuizioni del Gip oggetto di annullamento dalla Suprema Corte, prima della modifica della contestazione (la riqualificazione del reato di finanziamento illecito ai partiti in corruzione).

Per la Procura peloritana, quindi, le parti avrebbero dovuto considerare – ai fini della confisca – anche le “utilità derivanti al corrotto”. Anche perché da una parte si recepisce l’accordo prendendo atto della modifica del capo d’imputazione e si prevede una pena correlata in aumento (che lo stesso procuratore generale ritiene essere praticamente simbolica) e, dall’altra parte, non si considerano gli effetti sulla confisca obbligatoria.

La richiesta di rinvio a giudizio pende addirittura da novembre 2018, mentre in questi anni sono successe tante cose. Calafiore, con il collega Piero Amara, è coinvolto nell’ormai nota inchiesta che ha portato a galla una serie di presunti atti di corruzione con protagonisti giudici e magistrati che avrebbero favorito alcuni imprenditori ritenuti a loro vicini aggiustando sentenze. Dopo l’accordo con la Procura di Roma, l’avvocato ha provato a chiudere la partita patteggiando anche a Messina ma per due volte la Procura generale ha ricorso in Cassazione e per due volte la Suprema Corte ha revocato il primo patteggiamento a 11 mesi e il secondo a 10 mesi e 4 giorni.

A questo punto si attende per la terza volta il pronunciamento della Corte Suprema, con una novità sostanziale rispetto al passato: “l’aggressione” al patrimonio economico più che a una pena congrua, vista la possibile prescrizione – nel frattempo – di ulteriori reati contestati all’avvocato che si faceva chiamare Escobar.


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