È stato senza alcun dubbio uno dei più gravi scandali giudiziari emersi in Sicilia negli ultimi anni, ma la sentenza d’appello sul cosiddetto Sistema Siracusa, depositata lo scorso 11 marzo dalla Corte di Appello di Messina dopo il verdetto del 28 aprile 2025, ridefinisce in modo netto il perimetro delle responsabilità. Il quadro che emerge dal secondo grado resta pesantissimo sul piano istituzionale: secondo i giudici, il cuore del sistema era davvero rappresentato da un intreccio tra avvocatura, magistratura, politica e pressione mediatica, capace di piegare funzioni pubbliche a interessi privati, ma rispetto al primo grado, la Corte distingue con maggiore precisione tra chi, secondo l’accusa, faceva parte del nucleo stabile e consapevole del meccanismo corruttivo e chi, pur orbitando attorno a vicende e incarichi controversi, non può essere ritenuto penalmente partecipe del “patto scellerato”. In parole povere: il Sistema Siracusa resta, ma si restringe soprattutto sul fronte dei consulenti tecnici e della posizione dell’imprenditore Fabrizio Centofanti, assolti dalle accuse più gravi. C’è da dire poi che la prescrizione ha permesso di “chiudere” legalmente i filoni riguardanti le falsificazioni tecniche e le fughe di notizie d’ufficio mentre per i due protagonisti principali, Piero Amara e Giuseppe Calafiore, si assiste a un paradosso giudiziario: il sistema viene riconosciuto, ma i suoi dominus finiscono per scontare pene contenute grazie a riti alternativi, segmentazione dei filoni e tempi della giustizia.
Per Piero Amara, la vicenda giudiziaria legata al Sistema Siracusa risulta sostanzialmente definita con patteggiamenti: 3 anni a Roma, 1 anno e 2 mesi a Messina e 9 mesi a Siracusa per la vicenda Sai8; inoltre, nel marzo 2022 il Tribunale di sorveglianza di Perugia gli ha concesso la semilibertà, dopo la detenzione nel carcere di Terni. In altre parole, per Amara il filone principale risulta chiuso sul piano penale attraverso accordi di pena già definiti. Per Giuseppe Calafiore, invece, la situazione risulta molto più tormentata, non lineare né definitivamente chiusa come quella di Amara. La sua posizione era stata stralciata dal processo principale celebrato a Messina; poi, negli anni successivi, Calafiore ha tentato più volte di chiudere il filone messinese con il patteggiamento, ma la Procura generale di Messina ha impugnato ripetutamente questi accordi, contestandone la congruità. Almeno per il filone messinese, la posizione di Calafiore è rimasta a lungo oggetto di ulteriori passaggi giudiziari e non si è chiusa in modo netto come quella di Amara. Un esito giudiziario sproporzionato, almeno sul piano della percezione pubblica, rispetto alla portata del sistema ricostruito nei processi.
Per capire il senso della sentenza d’appello bisogna partire dalla struttura del sistema così come ricostruita nei vari gradi di giudizio. Secondo l’impostazione accusatoria, al centro della vicenda c’era un sodalizio promosso dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, finalizzato a condizionare procedimenti penali, giudizi amministrativi, consulenze tecniche e perfino la narrazione pubblica di alcune vicende giudiziarie. Si trattava di favorire precisi interessi economici, ottenere vantaggi in cause milionarie, neutralizzare indagini sgradite, colpire magistrati considerati ostili e orientare decisioni pubbliche e giurisdizionali. Il perno siracusano del sistema, secondo i giudici, era l’allora pm Giancarlo Longo, che avrebbe asservito la sua funzione ai due legali ricevendo in cambio denaro, viaggi e altre utilità. Attorno a questo asse si muovevano, a vario titolo, intermediari, consulenti, imprenditori, politici e giornalisti. Un altro snodo decisivo era la giustizia amministrativa, in particolare il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, dove il giudice Giuseppe Mineo sarebbe stato avvicinato e corrotto per favorire società vicine al sistema in contenziosi di grande peso economico.
Il 27 settembre 2022, il Tribunale di Messina aveva adottato una lettura molto estesa del fenomeno, riconoscendo l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere e infliggendo condanne pesanti. In quella sentenza il sistema appariva come una struttura ampia e capillare, nella quale anche i tecnici chiamati a svolgere perizie o consulenze venivano ritenuti parte del disegno criminale. Un sistema che aveva, ha coinvolto anche il Comune di Siracusa, che in questi anni è stato difeso e rappresentato dall’avvocato Davide Bruno per la costituzione di parte civile.
La Corte di Appello di Messina, pur confermando la sostanza, opera però una distinzione fondamentale: secondo i giudici del secondo grado, il cuore politico-giudiziario del sistema è provato e resta penalmente rilevante. Ma non tutto ciò che ruotava attorno ad Amara e Calafiore può automaticamente essere attratto dentro quel perimetro. E così ci sono condanne confermate o ridotte per chi è ritenuto interno al sistema (per Giuseppe Mineo condanna confermata, ma pena ridotta a 4 anni; Denis Verdini a 2 anni, condanna confermata; Giuseppe Guastella a 1 anno e 6 mesi, condanna confermata; per Alessandro Ferraro, ritenuto un intermediario operativo, si è definita tramite concordato con pena ridotta a 4 anni e 6 mesi). Il cambio di passo più rilevante riguarda Fabrizio Centofanti, assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto” e i consulenti Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Gianluca De Micheli e Vincenzo Naso, assoltoi dalla corruzione. Per i quattro consulenti, le residue contestazioni di falso sono state definite con il non doversi procedere per prescrizione. Di conseguenza, sono state revocate anche le confische di denaro disposte in primo grado.
Nelle motivazioni, la Corte d’appello ricostruisce in modo molto dettagliato quello che considera il vero motore del Sistema Siracusa: il rapporto tra Piero Amara, Giuseppe Calafiore e Giancarlo Longo. Longo, secondo i giudici, non si limitava a favori occasionali. Aveva messo la propria funzione a disposizione dei due avvocati in modo strutturale.
Tra i comportamenti richiamati nella sentenza ci sono: l’autoassegnazione di fascicoli, l’apertura di indagini pretestuose o fantasma, l’utilizzo dell’ufficio per acquisire informazioni riservate; la creazione di indizi o tracce investigative capaci di ostacolare altri magistrati o favorire clienti del sistema. L’obiettivo era doppio: da un lato conoscere in anticipo l’evoluzione di indagini delicate, anche fuori da Siracusa, dall’altro costruire materiale utile a difese, attacchi giudiziari o azioni contro colleghi ritenuti ostili, come i magistrati Bisogni e Pagano. In questo quadro si inserisce anche il tema delle consulenze tecniche. Secondo la ricostruzione della sentenza, Longo nominava consulenti suggeriti da Amara e Calafiore, e formulava quesiti talmente generici o costruiti da consentire la redazione di elaborati compatibili con le esigenze del sistema, ad esempio in contenziosi come quelli Open Land ed Emmea.
Uno dei passaggi più gravi della sentenza riguarda il giudice Giuseppe Mineo e il tentativo di condizionare decisioni del Cga siciliano. Il caso simbolo è quello della AM Group (Fiera del Sud): Mineo, relatore in un giudizio amministrativo che interessava una società vicina ad Amara, secondo i giudici avrebbe cercato di orientare la decisione in senso favorevole, nonostante la camera di consiglio si fosse espressa diversamente. Le motivazioni descrivono anche il contrasto con il presidente del collegio, Claudio Zucchelli, che si sarebbe accorto che la minuta predisposta da Mineo non corrispondeva all’effettiva decisione adottata e si sarebbe rifiutato di sottoscriverla, imponendo una riscrittura coerente con il rigetto dell’appello. Per la Corte, Mineo aveva messo in vendita la propria funzione. Il prezzo di questa disponibilità sarebbe stato rappresentato da diversi favori: tra questi il pagamento, da parte di Amara e Calafiore, del cosiddetto “viaggio della speranza” in Malesia dell’amico Giuseppe Drago, ex parlamentare gravemente malato, per una spesa di 115.039 euro, e le promesse di sostegno politico per la nomina al Consiglio di Stato. È per questo che la sua condanna resta, pur se ridotta: il mercimonio della funzione giudiziaria, secondo i giudici d’appello, è provato.
La Corte conferma anche la posizione di Denis Verdini, ritenuto il collegamento politico-istituzionale del sistema. Secondo la sentenza, Verdini fungeva da sponda romana per Amara, utile a perorare nomine e protezioni, soprattutto sul fronte della giustizia amministrativa. Le motivazioni parlano di un finanziamento occulto di circa 300 mila euro, transitato attraverso società come Open Land e Ocean Consulting, e poi arrivato ad Amara sotto forma di restituzioni o passaggi societari, fino a confluire a Verdini o al suo circuito politico. La Corte conferma la lettura già emersa in primo grado: Verdini non era un soggetto periferico, ma una risorsa istituzionale a cui rivolgersi per ottenere appoggi nei posti giusti.
Un altro segmento della vicenda è quello che riguarda il giornalista Giuseppe Guastella. Anche qui l’appello conferma il primo grado. Secondo i giudici, Guastella rappresentava una vera leva mediatica del sistema, messa al servizio del duo Amara-Calafiore per colpire magistrati e influenzare il clima pubblico attorno alle indagini. Nelle motivazioni si parla di un giornalista stabilmente a libro paga, con compensi mensili tra i 2 mila e i 3 mila euro, e di un utilizzo del periodico “Il Diario” per pubblicare articoli diretti a screditare i magistrati che stavano indagando su Amara e Calafiore. La logica, secondo la Corte, era quella del dossieraggio e della delegittimazione: usare la stampa come strumento di pressione e di fango.
L’assoluzione più significativa, sul piano simbolico, è forse quella di Fabrizio Centofanti. In primo grado era stato condannato a 6 anni. In appello viene assolto con la formula piena “per non aver commesso il fatto”. Il nodo centrale era il pagamento di un viaggio a Dubai per Longo, inizialmente sostenuto tramite la carta di credito di Centofanti. Per il primo grado questo era un elemento di corruzione. Per l’appello no. La Corte spiega che quel pagamento costituiva solo un anticipo tecnico, perché la somma, pari a circa 14 mila euro, era stata rimborsata da Amara e Calafiore prima ancora che la banca procedesse all’addebito definitivo. Inoltre, sarebbe emerso anche un appunto, un “pizzino”, che divideva la spesa tra i due avvocati, escludendo che Centofanti stesse pagando di tasca propria per corrompere il magistrato. Da qui la conclusione: non c’è prova del suo coinvolgimento nel patto corruttivo.
Il vero ribaltamento dell’appello riguarda però il gruppo dei consulenti: Verace, Pace, De Micheli e Naso. In primo grado erano stati trattati come parte del sistema. In appello la Corte separa nettamente la loro posizione da quella del nucleo corruttivo. Le motivazioni sono molto precise. Secondo i giudici, infatti, non c’è prova di un accordo illecito con Amara e Calafiore. i soldi ricevuti risultano parcelle professionali fatturate, non è dimostrato che i consulenti fossero consapevoli del sistema criminale e dalle stesse intercettazioni emerge che Amara e Calafiore li consideravano “ingestibili”. Questo è il passaggio più rilevante. Se i due avvocati stessi descrivevano quei professionisti come soggetti non controllabili, viene meno, secondo la Corte, l’idea che fossero stabilmente interni al patto illecito. Resta il giudizio negativo sulla qualità di alcune consulenze, definite in certi passaggi superficiali o sbilanciate, ma questo – spiegano i giudici – non basta da solo a trasformare una prestazione tecnica discutibile in una partecipazione consapevole a un’associazione corruttiva. Per i reati di falso, invece, il tempo ha giocato un ruolo decisivo: i fatti erano troppo risalenti e quindi è intervenuta la prescrizione.
La sentenza d’appello non assolve il Sistema Siracusa. Non dice che non ci fosse. Non riduce lo scandalo a una serie di episodi slegati. Al contrario: lo conferma. Ma dice però anche che non tutto ciò che ruotava attorno a quel sistema era… un Sistema. Se il primo grado descriveva una galassia vasta e quasi totalizzante, l’appello restituisce l’immagine di un sistema più ristretto ma ancora gravissimo, fondato sulla vendita della funzione pubblica, sulla costruzione di relazioni di potere e sull’uso distorto di giustizia, politica e informazione per piegare decisioni pubbliche a vantaggio di interessi privati.
Non è finita a tarallucci e vino, ma a fronte di un sistema descritto come così esteso e pervasivo, la risposta giudiziaria finale lascia inevitabilmente una sensazione di incompiutezza e molti si aspettavano un epilogo giudiziario ben più severo.
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