Cronaca Sindacati

Tensione in carcere a Siracusa, Sappe e Sinappe chiedono verifiche sulla catena di comando

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Carcere di Cavadonna

Una rivolta violenta, undici agenti inviati sui tetti della casa circondariale di Siracusa per ristabilire l’ordine, ma senza le adeguate protezioni individuali e nel mirino di detenuti armati. È il drammatico scenario emerso dopo i gravi disordini di giovedì sera 27 agosto 2026 presso il carcere di Cavadonna, a Siracusa. L’episodio ha spinto i sindacati di polizia penitenziaria SAPPE e SINAPPE a indirizzare una dura nota formale ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) a Roma e Palermo, chiedendo accertamenti immediati sulle responsabilità operative

Secondo la denuncia sindacale firmata dai segretari nazionali Calogero Navarra (SAPPE) e Rosario Di Prina (SINAPPE), l’intervento sul tetto del penitenziario ha rasentato l’assurdo: circa 11 agenti della Polizia Penitenziaria sarebbero stati comandati a salire sui tetti muniti soltanto di scudi protettivi, a mani nude e completamente privi di casco [3, 4, 13]. Una situazione definita “aberrante e senza precedenti”, che ha esposto il personale a gravissimi rischi fisici.

Sui tetti, infatti, i poliziotti si sono trovati ad affrontare un gruppo di detenuti in rivolta che, a differenza delle forze dell’ordine, erano armati di oggetti atti a offendere — le cosiddette armi bianche. Nel corso degli scontri, gli agenti sono stati ripetutamente colpiti dai rivoltosi. Il bilancio parla di diversi poliziotti coinvolti e infortunati nell’operazione, le cui conseguenti assenze dal servizio andranno a pesare ulteriormente su una carenza di organico già definita “precaria” all’interno della struttura siracusana.

A dare risonanza umana e drammatica alla vicenda è stato anche il messaggio, pubblicato sui social e ripreso dai sindacati, della moglie di uno degli agenti aggrediti quella sera. “Non pubblico questo video per creare odio, né per puntare il dito contro qualcuno. Lo pubblico perché dietro una divisa ci sono persone. Ci sono uomini, mariti, mogli, padri, mamme, figli, insomma famiglie che ogni giorno aspettano che il proprio caro torni a casa”, scrive la donna, descrivendo l’angoscia e il terrore provati nell’apprendere dei disordini e nella consapevolezza che il marito avrebbe potuto non fare rientro. “Chi lavora in un carcere affronta ogni giorno situazioni difficili e rischiose. Non chiedo privilegi. Chiedo soltanto che venga riconosciuto il valore di chi indossa una divisa e che vengano garantite condizioni di sicurezza adeguate”, conclude la lettera-appello.

SAPPE e SINAPPE, pur dichiarando di non voler “puntare il dito” a priori contro il Comandante che ha coordinato le operazioni quella sera, esigono chiarezza [8, 9]. I sindacati chiedono che l’Amministrazione verifichi se vi siano stati errori tattici e gestionali, in particolare riguardo alla decisione di inviare gli agenti sui tetti senza caschi e a mani nude contro soggetti armati.

“Un Comandante ha il dovere di tutelare i propri uomini, senza mandarli allo sbaraglio”, sottolineano le sigle sindacali, chiedendo che, qualora venissero accertati errori od omissioni incompatibili con l’incarico, vengano presi i dovuti provvedimenti disciplinari o cautelari. “Chi garantisce l’ordine e la sicurezza nelle carceri deve poter lavorare in condizioni tali da tutelare la propria incolumità personale e non essere trattato come carne da macello”. La richiesta formale è ora sul tavolo del Vice Capo del DAP, dottor Parisi, e del Provveditore Regionale di Palermo, in attesa di risposte concrete.

Ottavio Gintoli

Ottavio Gintoli

Giornalista pubblicista dal 2012, di base a Noto. Ha iniziato con lo sport e oggi scrive di politica, cronaca, cultura ed eventi. Firma anche per La Sicilia; nel network dal 2015. Il…

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