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“Tollerati” gli africani, villaggio aperto agli ucraini: il caso della solidarietà a intermittenza di Cassibile

Poco meno di un anno fa gli stessi componenti del comitato - che oggi sventola la bandiera della solidarietà – protestavano per la scelta del sito. Una zona poco fornita e in più “compromessa” dalle case per gli extracomunitari, gente nata poco più in là dal nostro naso. Diversi da noi

Per chi viene dall’Africa no, ma per chi viene dall’Ucraina invece sì. Due situazioni diverse, un unico comune denominatore: scappare dalla guerra o da condizioni disperate.

Ma alla disperazione del terzo mondo qualcuno ci “ha fatto il callo” perché a loro, che vengono dall’Africa nera, può anche essere negato il diritto alla casa e alla dignità, per gli ucraini invece questo pensiero è inconcepibile. Certo, si potrebbe dire: non è umano vivere sotto i bombardamenti e sentire la propria vita scandita dai colpi di mortaio.

Ma perché ci indigniamo per una guerra piuttosto che per un’altra (visto che in Africa le guerre sono frequenti)? Perché puntiamo alla sopravvivenza di un popolo invece di un altro? Perché oggi ci sentiamo solidali con questa o quella disperazione?

Sono domande che sorgono quasi spontanee dopo l’ultima richiesta avanzata dal comitato dei residenti di Cassibile: utilizzare il mini villaggio dei braccianti agricoli per i profughi dall’Ucraina.

Lì, in contrada Palazzo, all’ingresso del quartiere, in quella strada dove poco meno di un anno fa gli stessi componenti del comitato – che oggi sventola la bandiera della solidarietà – protestavano per la scelta del sito. Una zona poco fornita e in più “compromessa” dalle case per gli extracomunitari, gente nata poco più in là dal nostro naso. Diversi da noi, più poveri di noi.

Badiamo bene però a non parlare di razzismo, perché i cassibilesi ci tengono a sottolineare che il colore della pelle non influisce sulla decisione.

E allora perché? Perché gli ucraini sì e gli africani no?

“Nel villaggio possono essere ospitati solo coloro che hanno il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro regolare. Non parliamo di profughi, ma di gente che viene qui per lavorare”, dice Paolo Romano, il portavoce del comitato. Sulle modalità di utilizzo della struttura, sull’insufficienza dei posti letto e sul “tacito consenso” delle aziende agricole per cui lavorano gli extracomunitari, ci sarebbe da discutere (seppure questa del mini villaggio sia la prima soluzione pensata dopo 25 anni di connivenza).

“E poi quella struttura è chiusa in questo periodo, quindi potrebbe essere usata per scopi umanitari”, continua Romano.

Scopi umanitari. Per l’Africa, tanto quanto per l’Ucraina. E invece sembra di no. Qui la solidarietà pare scatti a intermittenza: in base alla percezione personale della scala sociale. Che sia dentro il proprio quartiere, città, paese, mondo…


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