“A questo punto della nostra terribile storia, abbiamo un disperato bisogno di sentirci dire lunedì dal Giudice delle indagini preliminari Alessandra Gigli, che non archivierà il caso di Stefanuccio, e che attiverà tutte quelle misure necessarie a comprendere cosa sia successo quel pomeriggio del 25 gennaio 2011 quando mio fratello spirava alla presenza di due infermieri e tre operatori, del perché giacesse a terra legato con un cavo elettrico, senza che nessuno minimamente si adoperasse in suo soccorso.”
Scrive così la sorella di Stefano Biondo, il disabie ventenne morto in circostanze misteriose all’interno della casa protetta di via delle Madonie al Villaggio Miano, per le quali la Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta.
“Come citava uno dei cartelloni esposti al sit-in ad un anno dalla sua morte: per Stefano ha fallito la natura, ha fallito la Sanità, non può, non deve fallire la giustizia.
Diversamente a noi che lo abbiamo tanto amato, che non riusciamo a rassegnarci ad averlo perso, non resterà proprio nulla, neanche quel po’ di appagamento che può dare l’ aver fatto in modo che la sua morte avesse giustizia”
“Hanno ucciso mio fratello Stefano – aveva allora dichiarato all’epoca dei fatti la sorella della vittima, Rossana La Monica – Aveva solo 21 anni, disabile psichico, ricoverato da più di 2 anni e mezzo in psichiatria a Siracusa perché non lo volevano in nessuna delle comunità terapeutiche di Siracusa e provincia a causa delle sue crisi. Dopo due anni e mezzo di calvario, tramite il provvedimento del giudice Milone del tribunale di Siracusa, che intimava il sindaco e ai dirigenti ASP, di trovare entro un mese una collocazione idonea per lui, siamo riusciti ad individuare una struttura che a condizione che in supporto avessero degli infermieri 3 ore la mattina e 3 ore il pomeriggio, lo avrebbero accolto.
Solo l’altro ieri abbiamo accompagnato uno Stefano felicissimo di uscire dall’ospedale e andare in questa comunità. Poi martedì mi chiama alle 17,39 una operatrice della comunità dicendo che Stefano aveva avuto una crisi e che avevano chiamato l’ambulanza e che lo avrebbe riportato in ospedale. Con mio marito alle 18,00 arriviamo in comunità dove ci ritroviamo davanti la scena agghiacciante di mio fratello buttato a terra legato con un cavo elettrico con un aspetto allarmante, chiedo subito la condizione e l’infermiere mi dice di non preoccuparmi perché stava così perché gli aveva dovuto fare una dose da 100 e mi dice di aver chiamato il 118, il genio non ha comunicato durante la telefonata codice rosso, l’arresto cardiorespiratorio, quindi dopo mezz’ora giunge un’ambulanza con due semplici soccorritori, anziché quella della rianimazione con defibrillatore.
L’autore materiale dell’omicidio di mio fratello è l’infermiere, ma i mandanti sono da ricercare ai vertici, chi ha permesso il carcere per due anni e mezzo, mentre altri malati dalla psichiatria venivano mandati nelle varie strutture, ma Stefano mai. Ma adesso un posto lo hanno trovato dove non darà più fastidio. Chi ha permesso tutto ciò dovrà pagare. Era una angelo incompreso e sfortunato”.
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