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Sistema Siracusa, il filone romano si allarga a macchia d’olio: ecco i 31 indagati

Il giudice del Consiglio di Stato, Sergio Santoro, è solo uno dei personaggi di spicco. Ma ci sono anche gli indagati delle mini regionali, che dalla competenza di Palermo passano a quella capitolina

Vecchie e nuove conoscenze, ma anche vecchie e nuove indagini. Sono 31 gli indagati dalla Procura di Roma e il giudice del Consiglio di Stato, Sergio Santoro, è solo uno dei personaggi di spicco raggiunto dalla richiesta di proroga da parte dei magistrati capitolini.

Il Sistema Siracusa ha dimostrato di avere ramificazioni in ogni parte d’Italia: Milano con il caso Eni, Messina con una serie di filoni che hanno portato al patteggiamento dell’ex Pm Giancarlo Longo e ai procedimenti penali ancora in corso e Roma che dopo gli arresti dello scorso febbraio sembrava aver rallentato la propria azione e invece… Il Gip Daniela Caramico D’Auria ha accolto la richiesta avanzata dal Pm Paolo Ielo e risultano indagati con accuse a vario titolo per associazione a delinquere, corruzione in atti giudiziari, bancarotta fraudolenta, rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio e favoreggiamento.

Oltre a Santoro anche l’imprenditore Fabrizio Centofanti, Raffaele De Lipsis (ex presidente della Giustizia amministrativa siciliana), gli avvocati Piero Amara (e la moglie) e Giuseppe Calafiore, il giudice Nicola Russo (già arrestato per avere favorito, secondo gli inquirenti, l’imprenditore Stefano Ricucci in cambio di soldi e favori), Luigi Caruso, Antonio Serrao (ex direttore generale del Consiglio di Stato, oggi Procuratore federale aggiunto della Figc), Riccardo Virgilio (ex presidente di sezione del Consiglio di Stato), Antonio Bianchi, Filippo Paradiso (alto dirigente del ministero dell’Interno), il deputato regionale Giuseppe Gennuso con i figli Riccardo e Luigi, Maurizio Venafro, Ezio Bigotti, Francesco Loreto Sarcina, Alessandro Ferraro, Davide Venezia, Marco Salonia, Oumar Aidar (rappresentante legale della P&G), Sebastiano Miano (legale rappresentante Dagi), Diego Calafiore (fratello di Giuseppe), Luigi Coculo, Aurelio Maria Voarino, Raffaele Lombardo (ex presidente della Regione Siciliana), Gianluca Ortenzi, Enzo Medica, Francesco Saverio Romano e Walter Pennavaria.

Dai nomi presenti nelle carte si evince innanzitutto il trasferimento delle indagini sulle miniregionali da Palermo a Roma. Tema centrale dell’indagine riguardava la convocazione delle mini elezioni che di fatto hanno comportato la sostituzione al parlamento regionale del deputato Pippo Gianni con il rosolinese Pippo Gennuso. In questa vicenda sotto inchiesta sono Gennuso e i figli, l’ex presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, Enzo Medica, Walter Pennavaria, Gianluca Ortenzi e il deputato Saverio Romano. Il gip palermitano ordinò al Pm Piero Padova di espletare ulteriori indagini dopo una prima richiesta di archiviazione. Indagini che a questo punto sono state trasferite a Roma, con la Procura che ha svolto ulteriori verifiche e adesso ne chiede la proroga. Anche De Lipsis era indagato dalla Procura di Palermo per corruzione elettorale e rivelazione di segreto d’ufficio quando nel 2014, da presidente del Cga, accoglieva il ricorso dell’onorevole Pippo Gennuso, invalidando il voto in alcune sezioni di Rosolini e Pachino.

“La proroga delle indagini a mio carico per l’ipotesi di rivelazione del segreto d’ufficio é vecchia di tre anni – ammette infatti l’ex ministro Saverio Romano – la Procura di Palermo aveva già chiesto l’archiviazione; successivamente il fascicolo é stato richiamato per competenza a Roma e riunito ad altri filoni d’indagine a me estranei. Nello specifico, la rivelazione del segreto d’ufficio riguarda una telefonata nel corso della quale mi congratulavo con l’interessato per la sentenza a lui favorevole su un contenzioso elettorale, specificando di avere appreso la notizia dall’avvocato Amara. Abbiamo già prodotto una memoria che é nel fascicolo del Pm, che auspichiamo voglia reiterare la richiesta di archiviazione in tempi rapidi”.

Poi c’è Luigi Caruso, ex giudice della Corte dei conti oggi in pensione – inizialmente non indagato nell’inchiesta ma ritenuto in rapporti di “assidua frequentazione” con Amara. Venne ascoltato durante un’intercettazione ambientale, si scoprì il suo nickname su un’applicazione che cripta i messaggi (“minchia69”) e le Fiamme Gialle intercettano conversazioni con De Lipsis.

Nella tranche romana che avvia con Messina il cosiddetto Sistema Siracusa erano già emersi i nomi dell’imprenditore Centofanti, di Miano, Salonia, Coculo. Già allora erano stati evidenziati i rapporti tra i due avvocati e il giudice Riccardo Virgilio.

La Banca d’italia evidenziava un anomalo trasferimento finanziario da un conto svizzero intestato a Virgilio a un conto alla Investment Eleven Ltd, società di diritto maltese di cui è titolare Marco Salonia, già amministratore della P&G e riconducibile ad Amara e Calafiore.

Virgilio, comunque, trasferisce 750 mila euro cash dal conto in Svizzera a una società maltese, la Investment Eleven Ltd di Salonia sulla carta, di Amara e Calafiore di fatto. Per gli inquirenti un’operazione che consentirebbe al giudice di mantenere “occulto” allo stato italiano quel tesoretto.

Virgilio ha trattato una serie di procedimenti in cui erano parti Ciclat e Sti, società i cui interessi erano curati dai due legali siracusani tramite la Dagi. E poi c’è l’arresto dell’ex 007, talpa di Amara e Calafiore, Francesco Loreto Sarcina: il militare riusciva a ottenere e fornire informazioni sensibili non solo per l’appartenenza all’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, che risponde direttamente al presidente del Consiglio) ma soprattutto dall’ampia rete di relazioni con apparati investigativi trovato in possesso di un passaporto spagnolo falso con il nome di Rodrigo Martinez che riportava la foto di Aurelio Maria Voarino, l’uomo della sicurezza dell’imprenditore Ezio Bigotti.

C’è tanto, molto di conosciuto e altro meno ma l’impressione è che a Roma non si sia fermata l’indagine. Le parole di Amara e Calafiore (che attendono ancora novità sul patteggiamento) stanno delineando un modus operandi ramificato a ogni livello. E, la sensazione, è che all’appello ne manchino ancora tanti.


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