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Siracusa, decapitata piazza di spaccio in via Italia 103. Il marketing del malaffare pubblicizzato sui social

Ventisei gli arresti in tutto. Un lavoro svolto in sinergia tra Carabinieri, Polizia di Stato e Dda di Catania

Avrebbero addirittura pubblicizzato la loro attività criminale sui canali telematici. Così lo spaccio a Siracusa stava sempre più prendendo piede con un’organizzazione fatta di stipendi e turni, decapitata da una vasta operazione di Polizia di Stato, Carabinieri, e Dda di Catania, effettuata ieri, in pieno giorno, in via Italia 103, con l’impiego di decine tra militari dell’Arma e agenti.

L’indagine è partita già nel 2016 quando l’organizzazione era molto più piccola rispetto a questa e meno organizzata, gemmazione del clan Bottaro Attanasio m autonomo e parallelo e che faceva capo alla famiglia Cassia e aveva Corrado Greco col ruolo di cassiere. Allora era un gruppo più spartano con tavoli e sedie ma ben organizzato che piano piano ha disposto compiti specifici (vedetta, spacciatore al dettaglio, cassiere) e turni per coprire lo spaccio h24. Dopo la disarticolazione della piazza di spaccio del Bronx, la via Italia 103 è cresciuta fino a garantire sopravvivenza e sostentamento delle famiglie e degli spacciatori anche in carcere, “prendendo esempio dalle carriere criminose della serie tv Gomorra” – hanno detto esponenti delle forze dell’ordine in sede di conferenza stampa.

“La nostra indagine – ha spiegato Gabriele Presti, capo della squadra mobile di Siracusa- su via Italia si ingrandisce fino a rifornire la piazza di via Immordini. Il mercato settimanale peraltro crea fastidio perché interrompe lo spaccio e porta alcuni a estorcere denaro quale ristoro e a creare un marchio di qualità condiviso sui social, slogan e spot anche pubblicizzando lauti guadagni. Se l’arresto era causa dello spaccio, allora era previsto un “compenso”, se evasione dai domiciliari era considerato un affare privato”. E non “giustificava” compensi.

L’intervento della Polizia subito dopo la perquisizione ad Adriano Pirrone, quando vengono trovati una serie di dati e informazioni riconducibili a un gruppo più ampio e strutturato.

Secondo quanto ricostruito da Polizia e Carabinieri, non c’era solo l’attività di pusher tra piazza San Metodio e via Immordini, ai quali veniva affidata sempre una piccola dose. Lo stipendio per il turnista si aggirava intorno ai 200 euro settimanali, ma molto dipendeva dall’abilità del pusher.

Ma la tecnica per aggirare i controlli era stata pensata in modo da nascondere anche la droga nella siepe, in modo da addebitare a ignoti eventuale sequestro. In un secondo momento, quando veniva acquistato il carico si frazionava e si lasciava custodire a soggetti esterni e incensurati, con minore probabilità di sequestro, retribuiti per la custodia dello stupefacente. Per avere sempre disponibilità c’era una struttura che aveva compiti ben precisi. Corrado Greco reggente, Visicale e Drago il braccio (tutti appartenenti al gruppo di via Immordini).

Al gruppo è stata contestata anche l’aggravante del metodo mafioso, in quanto era abitudine imporre un tributo ai commercianti, non solo in forma economica (20 o 30 euro) o in merce (frutta, carne), con l’unico obiettivo di rimarcare il controllo della piazza.

L’incasso maggiore era rappresentato proprio dallo spaccio che, ogni giorno, era in grado di muovere migliaia di euro. Si spacciava di tutto: hashish, marijuana e cocaina (quest’ultima grazie anche a un contatto diretto con la città di Catania). Svariato il target dei clienti. Il gruppo aveva anche disponibilità di armi.

Ventisei gli arresti in tutto


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